Marchio territoriale unico (programma di Riconquistare l’Italia per la Regione Umbria)

Dal programma della lista Riconquistare l’Italia per le elezioni regionali del 27 ottobre 2019 (candidata Presidente Martina Carletti).

L’esigenza di uno strumento di raccordo, tutela e promozione delle tipicità espresse dal territorio, soprattutto a livello agroalimentare e turistico, è fortemente avvertita, ancor più in un contesto di globalizzazione selvaggia nel quale i produttori locali si trovano a dover subire la concorrenza internazionale di produzioni la cui economicità discende anche da pratiche scorrette: si pensi alla dimensione raggiunta dalla cosiddetta agropirateria e alla concorrenza di materie prime e di prodotti trasformati provenienti da paesi emergenti, con costi di produzione molto più bassi, spesso per uno scarso rispetto delle norme di sicurezza alimentare o di tutela dei lavoratori.

Alcune regioni, hanno operato tentativi di regolamentazione attraverso leggi introduttive di nuovi “marchi di origine regionale”, in vario modo disciplinati, ma con esperienze insoddisfacenti, soprattutto per l’opposizione delle istituzioni europee, avallata dalla nostra Corte Costituzionale e dai nostri governi.

Le normative adottate dalla Regione Lazio, ad esempio, hanno subito il peso ingombrante dei vincoli dei Trattati europei in tema di concorrenza e libera circolazione delle merci, cui si è aggiunto l’autolesionismo dei nostri esecutivi, per iniziativa dei quali la Corte Costituzionale ne ha dichiarato l’illegittimità, ritenendole discriminatorie dei prodotti non locali e quindi idonee a indurre il consumatore a preferire prodotti assistiti dal marchio regionale rispetto ad altri di diversa provenienza.1

Analoga chiusura era stata del resto espressa dalla Commissione europea verso i tentativi di introduzione di un marchio nazionale, riferito alla generalità dei prodotti agricoli ed alimentari italiani, ritenuta ancora una volta “violazione delle norme in tema di concorrenza, in quanto il marchio ed il segno di cui trattasi possono favorire i prodotti nazionali a scapito dei prodotti provenienti da altri Stati membri”.

La Commissione, insomma, ha a chiare lettere negato all’origine territoriale dei prodotti in quanto tale una connotazione spendibile nel senso della “qualità”.

Sotto la mannaia della UE, inoltre rischiano di cadere anche le agevolazioni per la filiera corta e per il “chilometro zero”.

Normative regionali specifiche volte a sostenere il consumo dei prodotti agricoli e alimentari di qualità provenienti da filiera corta, adottate dalla Regione Basilicata e dalla Regione Puglia, sono state dichiarate illegittime dalla Corte Costituzionale (sentenze 209 e 292 del 2013), sempre per contrasto con la normativa europea in tema di concorrenza e libera circolazione delle merci, in quanto tendenti ad orientare e sostenere il consumo dei prodotti agricoli di origine regionale a chilometro zero, anche attribuendo titolo preferenziale alle imprese locali nell’aggiudicazione degli appalti dei servizi di ristorazione collettiva a prescindere dal livello delle emissioni di anidride carbonica equivalente connesse al relativo trasporto.

La posizione di manifesta chiusura dell’Unione europea, tuttavia, si scontra con una diffusa e crescente domanda di identità territoriale dei prodotti agricoli ed alimentari, che denuncia l’inadeguatezza e la limitatezza degli strumenti di cui al Regolamento europeo n. 510/2006 e rivendica il diritto a propri e più idonei strumenti di individuazione e dichiarazione dell’origine dei prodotti, diversi e ulteriori rispetto a quelli apprestati dalla regolamentazione comunitaria sulle DOP/IGP.2

I marchi di qualità rilasciati dall’Unione Europea su proposta del Ministero delle politiche agricole e forestali, in particolare “Denominazione di Origine Protetta” (DOP) e “Indicazione Geografica Protetta” (IGP), sono legati a singole produzioni e comunque inadeguati a garantire la tutela e la promozione delle specificità territoriali nel quadro di una strategia organica di sviluppo locale.

Tali denominazioni, del resto, in quanto strumenti d’eccezione, ribadiscono il mancato riconoscimento a livello europeo della importanza generale del tema dell’identità e della garanzia del prodotto agroalimentare.

Certamente non può bastare l’elenco dei Prodotti agroalimentari tradizionali (PAT) predisposto dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali con la collaborazione delle Regioni, nel quale possono essere inseriti i prodotti “ottenuti con metodi di lavorazione, conservazione e stagionatura consolidati nel tempo, omogenei per tutto il territorio interessato, secondo regole tradizionali, per un periodo non inferiore ai venticinque anni”: trattasi infatti di “prodotti di nicchia”, di produzioni limitate in termini quantitativi e relativi ad aree territoriali molto ristrette.

Né si sono rivelati proficue alcune iniziative regionali ispirate al tentativo di mediare fra le domande dei produttori locali e le indicazioni della Commissione europea, che hanno anzi rischiato di generare ulteriori elementi di confusione. L’esempio è quello della Toscana e dell’Emilia Romagna, che si sono adeguate alle imposizioni europee optando per marchi collettivi di qualità concessi in uso alle imprese agricole che si impegnano a conformarsi a determinati disciplinari di produzione, senza subordinare, quindi, la concessione del marchio all’origine territoriale del prodotto o allo svolgimento sul territorio di alcune fasi della produzione: il marchio regionale si limita a certificare l’uso di determinate tecniche di produzione, utilizzabili tuttavia da qualunque produttore europeo, nel rispetto del principio della libera circolazione delle merci.

L’inadeguatezza della normativa sovranazionale, del resto, è aggravata dallo schizofrenico atteggiamento delle delle istituzioni europee in tema di disciplina dell’etichettatura dei prodotti, troppo sensibile alle richieste dei grandi produttori e distributori internazionali, come recentemente dimostrato dalle deroghe previste Regolamento 775/2018 della Commissione europea, attuativo del Regolamento 1169/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio, in riferimento all’obbligo di indicazione della provenienza dell’ingrediente primario, laddove non coincida con l’origine del prdotto.3 Regolamento che, paradossalmente, finirà per togliere efficacia ai decreti italiani che hanno imposto l’indicazione in etichetta dell’origine di latte (nei prodotti lattiero-caseari), grano e semola nella pasta, riso e pomodoro nelle relative conserve.

Servono quindi strumenti che con chiarezza riescano a comunicare un’origine geografica univoca, rendere riconoscibile una intera regione, legandola ai suoi prodotti, alle sue aziende, a tradizione e cultura, garantendo un’elevata e certificata qualità, nel quadro di uno specifico programma di promozione territoriale del quale la Regione Umbria dovrà farsi carico, sia ricorrendo all’uso di strumenti privatistici compatibili con la normativa europea, sia, laddove necessario, entrando in conflitto con la medesima normativa e con le istituzioni dell’Unione, in virtù della assoluta incompatibilità dei principi sanciti dalla nostra Costituzione economica con le norme dei Trattati europei e della necessaria prevalenza dei primi.

A tale scopo non può risultare sufficiente la disicplina adottata con L.R. n. 5 del 18 maggio 2004, volta a regolamentare l’uso del Marchio della Regione Umbria (costituito dai Ceri di Gubbio), il cui obiettivo dichiarato è “consentire ai cittadini una immediata riconoscibilità della azione amministrativa come componente della trasparenza della attività di governo” e che viene messo “a disposizione di Istituzioni, Enti, Associazioni e soggetti privati che hanno necessità di usare il nome e il marchio della Regione Umbria”: il pur apprezzabile tentativo di tutelare il marchio umbro come patrimonio della comunità regionale e di esaltarne la valenza identitaria, non soddisfa l’esigenza, sentita nel territorio (e sporadicamente avallata dalla classe politica locale con proposte normative mai arrivate in porto), di una vera e riconoscibile attività promozionale della Regione Umbria nel suo complesso, valorizzando tutte le opportunità, caratteristiche ed eccellenze che la rendono unica.

Né idonei allo scopo si dimostrano gli altri marchi già adottati dalla Regione (ad esempio Umbria Artigianato, Ecofesta, Green Heart Quality), anche poiché settoriali, frammentari e lontani da una visione di insieme della promozione territoriale in tutte le sue possibili declinazioni.

Si procederà quindi all’articolazione di un sistema di valorizzazione dell’origine regionale e della dimensione storico-culturale, che avrà al centro un marchio territoriale unico, anche nella forma del marchio ombrello regionale (sul modello di esempi di successo sviluppati ad esempio nel Trentino e nell’Alto Adige), in grado di creare sinergie fra il settore della produzione, in particolare agroalimentare, e quello turistico, al fine di presentare in modo uniforme i prodotti e i servizi della regione. Il marchio sarà accessibile a tutte le imprese, istituzioni e organizzazioni che producono beni o erogano servizi associabili al territorio della Regione Umbria, sulla base di un disciplinare idoneo a garantire l’identità territoriale e l’elevata qualità e sostenibilità di beni e servizi.


1) sentenza 191/2012: legge della Regione Lazio 5 agosto 2011, n. 9 che aveva istituto un elenco di prodotti lavorati nel territorio regionale con materie prime regionali (Made in Lazio – tutto Lazio), di prodotti lavorati nel Lazio con materie prime derivanti da altri territori (Realizzato nel Lazio) di materie prime appartenenti al Lazio commercializzate per la realizzazione di altri prodotti (Materie prime del Lazio) perché “le disposizioni degli articoli da 34 a 36 del TFUE – che, nel caso in esame, rendono concretamente operativo il parametro dell’art. 117 Cost. – vietano, infatti, agli Stati membri di porre in essere restrizioni quantitative, all’importazione ed alla esportazione, “e qualsiasi misura di effetto equivalente”.
Sentenza 66/2013: Legge della Regione Lazio 28 marzo 2012, n. 1 aveva introdotto un marchio regionale collettivo di qualità, per garantire l’origine, la natura e la qualità nonché la valorizzazione dei prodotti agricoli ed agroalimentari.

2) I prodotti DOP e i prodotti IGP si identificano per le caratteristiche peculiari legate alla applicazione puntuale di un disciplinare di produzione, di cui sia comprovata l’origine “storica” nel territorio dichiarato nella denominazione.
La differenza fra prodotti DOP e prodotti IGP, sta nel fatto che, nel caso del prodotti DOP, tutto ciò che concerne l’elaborazione e la commercializzazione del prodotto, ha origine nel territorio dichiarato; mentre nel caso del prodotto IGP, il territorio dichiarato conferisce al prodotto, attraverso alcune fasi o componenti della elaborazione, le sue caratteristiche peculiari, ma non tutti i fattori che concorrono all’ottenimento del prodotto provengono dal territorio dichiarato.

3) Il Regolamento del 1169/2011 ha introdotto l’obbligo di indicare l’origine o provenienza dell’ingrediente primario, quando essa non coincida con l’origine del prodotto (vale a dire, il Paese di sua ultima trasformazione sostanziale), e quest’ultima venga dichiarata o suggerita attraverso nomi suggestivi o simboli (come il tricolore), fermo restando che laddove il marchio suggerisca una determinata origine dell’alimento ed essa non coincida con il Paese di origine, quest’ultimo deve essere indicato.
La Commissione ha tuttavia previsto una serie di deroghe, per le quali dall’obbligo di indicare l’ingrediente primario restano esclusi:
– i marchi registrati, inclusi quelli registrati successivamente all’entrata in vigore del regolamento;
– indicazione di origine contenuta in una designazione geografica riconosciuta come DOP, IGP, STG: così i produttori potranno continuare ad importare la materia prima che impiegano senza dover scrivere nulla a riguardo.
L’indicazione, peraltro, potrà avvenire nei termini più generici in assoluto (anche solo “Paese UE” – “Paese non UE” o limitandosi a segnalare che il paese dell’ingrediente primario è diverso da quello dell’alimento).

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