NO all’autonomia differenziata (programma di Riconquistare l’Italia per la Regione Umbria)

Dal programma della lista Riconquistare l’Italia per le elezioni regionali del 27 ottobre 2019 (candidata Presidente Martina Carletti).

La richiesta di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” avanzata ufficialmente il 19 giugno 2018 dalla Regione Umbria ai sensi dell’articolo 116, comma III, della Costituzione, si inserisce in un processo storico più ampio che sta coinvolgendo quasi tutte le regioni italiane.

La cornice storica e istituzionale è quella della Seconda Repubblica e in particolare della riforma costituzionale numero 3 del 2001, preparata dal governo D’Alema a partire dal 1999 e approvata in via definitiva durante il governo Amato. È la riforma con la quale viene introdotta l’autonomia tributaria degli enti territoriali (Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni) e si sancisce la graduale trasformazione di uno Stato regionale quale era l’Italia fino agli anni Novanta in uno Stato federale. Se nella prima forma istituzionale le competenze legislative spettano di diritto allo Stato, salvo le materie espressamente dedicate alle Regioni sulle quali in ogni caso lo Stato deve intervenire definendo l’indirizzo generale, nello Stato federale le competenze legislative spettano invece alle Regioni, salvo le materie espressamente dedicate allo Stato, che diviene così un legislatore residuale. La riforma del 2001 non solo trasferisce competenze decisive alle Regioni, in via esclusiva o concorrente con lo Stato, ma prevede che anche le competenze rimaste in capo allo Stato possano essere successivamente richieste da singole Regioni. L’articolo 116 comma III prefigura un “regionalismo differenziato”, perché le singole Regioni non sono tenute a richiedere maggiore autonomia e, se la richiedono, possono farlo riguardo a materie specifiche e non ad altre, a seconda della loro volontà politica.

Il processo di regionalismo differenziato ha preso il via, non a caso, dalle tre Regioni più ricche: a fine 2017 Veneto e Lombardia hanno attivato la richiesta di autonomia differenziata per tutte e ventitré le materie previste, dopo aver svolto referendum consultivi istituiti dai due consigli regionali. La regione Emilia Romagna, invece, ha preferito un percorso più in sordina, chiedendo il trasferimento di un numero minore di competenze e senza istituire un referendum. Il federalismo delle tre regioni del nord Italia è una richiesta non solo di autonomia organizzativa e legislativa, come è lecito attendersi da qualsiasi federalismo, ma anche e soprattutto di autonomia fiscale, che passa per lo svuotamento graduale del sistema dei trasferimenti statali agli enti territoriali, cioè di quel modello di finanza derivata costruito durante la Prima Repubblica e che si sta gradualmente sostituendo con un modello opposto, di finanza decentrata.

La maggiore autonomia fiscale viene giustificata diffondendo nella popolazione la tesi di un presunto “sacco del Nord” da parte dei territori centro-meridionali, che sarebbero assistiti da una spesa pubblica eccessiva e clientelare finanziata dalle tasse dei cittadini settentrionali, produttivi e immuni dal “familismo amorale” tipico degli italiani da Roma in giù. Tesi infondata, se è vero, come certificato dai dati 2015 dei Conti Pubblici Territoriali (cioè del Ministero dell’Economia e delle Finanze) che la spesa pubblica pro capite corrente è di 4.472 euro al Sud e di 6.034 euro al centro-Nord, e che la stessa spesa per investimenti ordinari è nettamente inferiore nel Mezzogiorno nonostante il maggior bisogno relativo di infrastrutture.

Se è falsa la tesi degli enormi sprechi meridionali sostenuti dai finanziamenti generosi del Nord produttivo, è invece fondato storicamente il legame tra il processo federalista e i vincoli sempre più stringenti che l’Unione Europea richiede ai paesi membri ed in modo particolare all’Italia. In quest’ottica il federalismo all’italiana si presenta come:

  • lo strumento con il quale lo Stato centrale riesce a rientrare nei vincoli di bilancio europei, perché ha buon gioco a scaricare le tensioni di finanza pubblica al livello periferico degli enti territoriali promettendo in cambio competenze e autonomia tributaria
  • la via di fuga delle regioni settentrionali dall’austerità del bilancio centrale e dal vincolo esterno europeo che la rende necessaria, vincolo europeo che si irrigidisce sempre più a partire dal 2011 ma che agisce già da fine anni Settanta (quando nasce la Liga Veneta, che poi confluirà nella Lega Nord).

In particolare il federalismo dei vari Zaia, Fontana e Bonaccini si configura come il tentativo di agganciare il Nord-Est alla manifattura tedesca e nord europea, trattenendo più risorse fiscali possibili sui territori regionali in modo da abbassare la pressione fiscale sulle imprese locali e orientare l’intero modello produttivo nella direzione del mercantilismo tedesco (bassi salari, bassi investimenti, alte esportazioni). A pagare non sarebbero solo i lavoratori e le famiglie del Nord, come evidente, ma anche le regioni centro-meridionali, private ulteriormente di risorse fiscali fondamentali per finanziare i servizi pubblici, la spesa corrente e gli investimenti. Adriano Giannola e Gaetano Stornaiuolo hanno calcolato in uno studio pubblicato sulla Rivista economica del Mezzogiorno che il regionalismo differenziato attivato dalle tre Regioni nordiche priverebbe il bilancio centrale di risorse fino a 190 miliardi di euro l’anno attualmente dedicati in buona parte alla redistribuzione, una cifra corrispondente ad oltre il 15% della spesa pubblica italiana.

Vanno ricordati a tal proposito due articoli della Costituzione italiana del 1948: l’articolo 3, al comma II, quando afferma che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”; e l’articolo 53, quando prevede che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

La Repubblica Italiana, pertanto, impone che la fiscalità generale sia strumento di libertà ed eguaglianza sostanziale di tutti i cittadini, indipendentemente dal territorio di nascita o residenza degli stessi. Laddove le condizioni economiche e sociali siano di ostacolo a questo scopo fondamentale, la Repubblica ha il dovere di intervenire. È del tutto normale, perciò, che le Regioni dove in media risiedono i cittadini più ricchi versino all’erario più gettito fiscale di quanta spesa pubblica ricevano sul loro territorio, e viceversa.

La regione Umbria ha tuttora un “residuo fiscale” positivo, nel senso che riceve in spesa pubblica più risorse di quante ne versi all’erario sotto forma di gettito fiscale. Se il processo federalista guidato da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna avanzasse fino al punto di compiersi, anche l’Umbria, come molte altre Regioni, vedrebbe diminuire drasticamente le risorse finanziarie a disposizione, potendo compensare solo in parte i minori trasferimenti centrali attraverso la maggiore autonomia tributaria.

Il fatto che invece di opporsi a questo regionalismo tutte le altre Regioni italiane (salvo Molise e Abruzzo) abbiamo seguito l’esempio di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, richiedendo ulteriori forme di autonomia, è indicativo di quanto il verbo federalista sia penetrato a fondo nella mentalità delle classi politiche anche centro-meridionali, spingendole a proseguire su un sentiero disastroso per i loro stessi elettori.

Come accennato, la regione Umbria ha avviato ufficialmente il percorso di regionalismo differenziato il 19 giugno 2018, concentrandosi su nove materie: valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; formazione e istruzione; salute; protezione civile e prevenzione sismica; tutela dell’ambiente; rigenerazione urbana e infrastrutture; coordinamento della finanza pubblica e sistema di acquisizione delle entrate; governance istituzionale; partecipazione alla formazione e all’attuazione del diritto dell’Unione europea.

Basta una lettura anche superficiale della risoluzione con la quale la Regione Umbria richiede “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” per capire la miopia dell’intero progetto.

Invece che opporsi al disegno nordista (leghista ma anche piddino), l’Umbria si illude di poter competere in Italia e in Europa attraverso una gestione autonoma delle (minori) risorse e di alcuni sbandierati fiori all’occhiello, come il patrimonio ambientale e il sistema di istruzione e formazione.

Per quanto riguardo quest’ultimo, ad esempio, si giustifica la richiesta di maggiore autonomia con l’obiettivo di “ricomprendere anche l’istruzione universitaria, nel rispetto della sua autonomia, supportando l’attivazione di percorsi dinamici di formazione terziaria universitaria richiesti dal mondo del lavoro e facilitando le connessioni del sistema universitario con il sistema produttivo regionale con riferimento anche alle esigenze di formazione duale e/o permanente, progettati dalle Università in collaborazione con gli stakeholders di riferimento ed orientati ad un immediato inserimento nel mondo del lavoro”.

Le solite parole che sentiamo da almeno trent’anni, da quando, seguendo l’indirizzo liberal-produttivista promosso dall’Unione Europea, le nostre classi dirigenti hanno trasformato progressivamente il sistema di istruzione in un campo di addestramento per la valorizzazione d’impresa, invece che in un luogo di costruzione del pensiero critico e della personalità individuale degli studenti slegato dalle necessità immediate del mercato. E ancora oggi, invece che opporre a questo modello barbaro un modello orgogliosamente italiano ed umbro, che si richiami all’eccellenza del nostro migliore passato, la Regione vorrebbe intensificare l’aziendalizzazione dell’istruzione, università inclusa.

Per tutte queste ragioni Riconquistare l’Italia, richiamandosi alla Costituzione del 1948 e al suo afflato unitario e solidaristico, si oppone frontalmente al disegno federalista in atto ormai da tre decenni e si propone di ostacolare il processo sia all’interno del consiglio regionale che eventualmente all’esterno, nelle sedi di coordinamento istituzionale tra Stato e Regioni.

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