L’appello al voto di ANDREA RIACÀ (ROMA)

di ANDREA RIACÀ (candidato al Consiglio Regionale del Lazio nella circoscrizione di ROMA)

Il nostro programma prevede di tornare all’attuazione del modello economico costituzionale che permise all’Italia di divenire, nel c.d. “trentennio glorioso”, il primo paese al mondo per benessere e per sviluppo economico.

Tutti sanno che la nostra Costituzione è anti-fascista, ma forse meno persone sanno che essa è parimenti anti-liberista; e per questo è profondamente incompatibile con il paradigma economico imposto dai Trattati europei.

Non si tratta quindi di fare le riforme come ripetono ormai da quarant’anni gli altri partiti (tutti liberisti nessuno escluso) che a noi si contrappongono, ma semplicemente di riprendere i vecchi testi normativi attuativi del dettato costituzionale e reintrodurli nell’ordinamento giuridico italiano.

Innanzitutto cominciando da quelle norme (in vigore fino alla fine degli anni ‘80 ed inizio degli anni ‘90 come ad esempio la legge bancaria del ’36 e il D.L. n. 476 del 1956) che permettevano allo Stato di soverchiare i mercati anziché subirne il ricatto. I fallimenti bancari e gli attacchi speculativi erano semplicemente sconosciuti. Fino al 1981, inoltre, la Banca d’Italia dipendeva di fatto dal Tesoro e fissare il tasso d’interesse dei titoli era prerogativa, non già dei mercati, ma bensì dello Stato stesso, che manteneva così il pieno controllo del proprio debito pubblico.

La Costituzione pone al primissimo posto l’obiettivo della piena occupazione e non il controllo dell’inflazione come invece fanno i Trattati. Il lavoro deve, dunque, tornare ad essere un diritto e non un privilegio appannaggio esclusivo di pochi eletti. A questo proposito il reddito di cittadinanza sbandierato da taluni come una grande conquista sociale rappresenta in realtà un’involuzione rispetto ai diritti costituzionalmente garantiti: per quale motivo, infatti, un cittadino italiano dovrebbe accontentarsi di un misero reddito di cittadinanza, quando, Costituzione alla mano, avrebbe diritto ad un lavoro con un salario tale “da assicurare a sé e alla propria famiglia un esistenza libera e dignitosa”? La differenza tra salario di cittadinanza e reddito di cittadinanza può sembrare poco più che una mera sottigliezza semantica, in realtà è la differenza che c’è tra libertà e schiavitù. Il reddito di cittadinanza fu proposto per la prima volta in Assemblea costituente, guarda caso, da un liberale e ovviamente respinto a larghissima maggioranza.

La Costituzione consente inoltre di utilizzare tutti gli strumenti necessari per ritornare al controllo dirigista dell’economia che scongiuri il caos ed i fallimenti della concorrenza: aiuti di stato, monopoli pubblici, nazionalizzazioni (ricreando l’IRI e la partecipate pubbliche), divieto di concorrenza anche in ambito bancario, autorizzazioni, ordini professionali, minimi tariffari, ecc.

La concorrenza imposta dai Trattati europei, infatti, altro non è che la spietata competizione darwiniana propria delle bestie, al contrario gli uomini dovrebbero cooperare tra loro, esattamente come volevano i padri costituenti che all’art. 41 della carta fondamentale stabilirono da un lato la libertà dell’iniziativa economica privata (differenziandosi dai sistemi collettivisti), ma dall’altro imposero l’intervento pubblico per indirizzare e coordinare l’attività economica stessa verso fini sociali (differenziandosi contestualmente dai sistemi liberisti).

Siamo perfettamente consapevoli del fatto che, rebus sic stantibus, a livello regionale si possa fare molto poco per attenuare quanto meno gli effetti più esecrabili della concorrenza e dei vincoli di bilancio, ma cercheremo comunque di sfruttare al massimo lo spazio residuo che i Trattati ci lasciano per attuare i principi costituzionali anche in ambito regionale. Recedere dai Trattai Europei diventa quindi una condizione indispensabile per riscattare la sovranità. Quest’ultima (da manuale di diritto costituzionale) costituisce, assieme al popolo e al territorio, uno dei tre elementi essenziali affinché uno Stato semplicemente esista. In carenza del potere d’imperio assoluto sul proprio territorio, dunque, non si può più nemmeno parlare di Stato. In una democrazia come quella italiana, per fortuna, la sovranità appartiene al popolo; per cui il popolo italiano ha il sacrosanto diritto di autodeterminarsi sul proprio territorio. Oggi laddove abbiamo ceduto, in materie fondamentali come la moneta, l’economia e tutte quelle previste dai Trattati europei la nostra sovranità, il popolo non può più decidere – per il tramite degli organi rappresentativi nonché per mezzo degli strumenti di democrazia diretta – su scelte fondamentali da cui dipende il proprio benessere nonché la sua stessa esistenza.

Riportare la Costituzione pluriclasse del 1948 ad essere l’unica fonte suprema dell’ordinamento giuridico italiano è la missione storica a cui oggi è chiamato il popolo.

Il cammino che conduce al riscatto della sovranità ed alla contestuale emancipazione dalla dittatura crematistica europea sarà lungo, ma per fortuna è cominciato e sarà inarrestabile! Il prossimo passo è quello di votare e di far votare la lista “Riconquistare l’Italia”, con Stefano Rosati Presidente, promossa dal Fronte Sovranista Italiano alle elezioni per il Consiglio Regionale del Lazio 2018.

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