La relazione del Direttivo FSI-Riconquistare l’Italia sul nuovo Statuto e sullo scopo di fase

Relazione sulle proposte di modifica dello Statuto

Il Comitato Direttivo propone una serie di modifiche dello Statuto. Nel documento fatto circolare tra i soci, le parti aggiunte al testo dello Statuto sono evidenziate in giallo, mentre le parti eliminate, quasi sempre perché sostituite da altre (in giallo appunto), sono state evidenziate in rosso. In questo modo i soci potranno meglio individuare le modifiche proposte.

Le modifiche, a parte profili puramente formali, sono undici:

1) la modifica del nome del partito (il simbolo resta identico, salvo modifica della scritta) e la sostituzione nei documenti ufficiali del termine sovranista con quello di antieuropeista (art. 2 e art. 4, primo comma e dichiarazione costitutiva), ferma la immutabilità dello scopo sociale (art. 4, commi 2 e 3);

2) la sostituzione dello “scopo di fase” (art. 6, integralmente sostituito);

3) la scelta di auto-qualificarci come forza politica “democratica, neosocialista, antieuropeista e patriottica” (art. 9, comma primo, lett. b), ferma la scelta di non autoqualificarci per la collocazione parlamentare o extraparlamentare (centro, sinistra, destra, centrosinistra, centrodestra);

4) l’eliminazione del principio “indietro non si torna” (art. 9, comma primo lett. d);

5) l’introduzione della figura dei “soci simpatizzanti” al fianco dei “soci militanti” (art. 10 comma 4 bis per l’enunciazione e art. 11 comma 3, per l’indicazione dei diritti e dei doveri);

6) l’eliminazione del potere del Comitato Direttivo di cooptare soci ulteriori rispetto ai quindici eletti, salvo il caso che uno dei quindici sia cessato dalla carica (art. 15 comma 1 e 2 lett. e art. 17 comma 2);

7) l’aggiunta di competenze del Comitato Direttivo (art. 15 comma 2, lett. R-z);

8) l’eliminazione della carica del Vice-Presidente (art. 15 comma 2, lett. o, e comma 3 e art. 16 comma 1);

9) il compito di ricerca almeno di una larga maggioranza in assemblea, anziché della tendenziale unanimità (art. 17, comma 1, lett. c);

10) l’iscrizione da 24 mesi, anziché da 18, per far parte del Comitato Direttivo (art. 17 comme 2, lett. b e c);

11) l’aggiunta dell’aggettivo “chiare” per delimitare le questioni che i soci possono rivolgere al Comitato Direttivo (all’art. 17, comma 3, lett. b).


1) La modifica del nome del partito e la sostituzione del termine sovranista con il termine antieuropeista (artt 2 e 4 commi 1-3).

Il dubbio se proporre o meno la modifica del nome del partito è sorto perché molti soci segnalavano che il nome del partito costituiva per essi un grande ostacolo nello svolgimento dell’attività di militanza: molti loro amici e conoscenti si ritraevano, pensando che il termine sovranista alludesse a posizioni salviniane o meloniane; che essere sovranisti significasse essere vicini alle posizioni di questi due politici nazionali. Per i contatti dei nostri soci, il termine sovranista, il cui significato avevano appreso sulla TV e sui quotidiani, non implicava alcuna allusione alla Costituzione del 48, nessuna avversione al federalismo, nessun nesso con il neosocialismo e per di più implicava semplicemente un euroscetticismo di tipo neoliberale, che si sommava ad atteggiamenti e propaganda qualunquisti e populisti in senso stretto. Insomma, il termine indicava puro squallore. Il nome, dicevano questi soci, era diventato un cattivo biglietto da visita.

Molte persone che secondo questi soci avrebbero apprezzato le nostre idee, in tutto o in parte, o che potevano essere curiose o interessate, muovevano da posizioni prevenute, storcevano il naso, tendevano a non ascoltare; e quando approfondivano le nostre idee, non capivano la scelta del nome, perché non sapevano che noi avevamo adottato quel termine prima che altri se ne appropriasse screditandolo e distorcendone, nell’uso comune e diffuso, l’originario significato.

Quest’anno la militanza fuori dalla rete, purtroppo, a causa di covid 19, è stata poca cosa, ma fino all’anno scorso erano decine e decine i soci che segnalavano il problema.

I membri del Comitato Direttivo si sono interrogati e hanno dovuto constatare che anche essi si erano imbattuti in difficoltà simili a quelle dei soci.

E in fondo la lezione era venuta anche dalle elezioni alle quali avevamo partecipato: ogni volta che canali tv o quotidiani intervistavano i nostri candidati, questi ultimi erano costretti a dedicare metà del tempo e dello spazio in cui si trattava di questioni nazionali a precisare che eravamo si sovranisti ma che questo termine per noi significava una cosa diversa da ciò significava per tutti (salviniani e antisalviniani). In definitiva apparivamo ed eravamo un partito, uomini idee e organizzazione, a difesa di un termine, che nell’uso comune aveva assunto un significato rifiutato dal partito, anziché portare un nome al servizio del partito (ossia al servizio di uomini organizzazione e idee).

Tutto il Direttivo si è perciò convinto che il nome Fronte Sovranista Italiano fosse diventato un elemento che ci danneggiava, perché, dovendo essere conosciuti, ci presentavamo con un bigliettino da visita che immediatamente comunicava ai nostri interlocutori altro rispetto alla nostra natura e proposta. Non bisognava cambiare di una virgola lo scopo sociale e il programma. Bisognava abbandonare un nome.

Il secondo ostacolo che abbiamo dovuto superare è stato quello di eliminare in noi stessi obiezioni di carattere emotivo ed affettivo. Alcuni membri del Direttivo pensavano inizialmente a un nome che ad essi piacesse. E il nome che piaceva era Fronte Sovranista Italiano. Ma è stato agevole comprendere che non eravamo chiamati a scegliere il nome che amavamo di più, che ci piaceva di più o al quale eravamo affettivamente legati, bensì il nome che avvantaggiava o, meglio, non svantaggiava il partito. Questo è un punto decisivo. Si tratta di scegliere il nome che avvantaggia, anzi, come stiamo per osservare, che non svantaggia il partito, non il nome che ci piace o che preferiamo. Se fossimo così “sensibili”, irrazionali e legati alla nostra emotività, da decidere di adottare il nome che più ci piace, sarebbe meglio che ce ne tornassimo alle nostre famiglie e alle nostre attività e ai nostri studi, perché sarebbe certo che non avremmo la capacità di raggiungere nessun obiettivo.

Ed eccoci al terzo passaggio, racchiuso nella domanda: il nome di un partito nuovo, non conosciuto, che quindi è un biglietto da visita per chiedere attenzione a chi non ti conosce, deve avvantaggiare o deve soltanto non svantaggiare il partito? Deve incuriosire o non incuriosire perché suscita diffidenza e avversione?

Anche alla luce delle esperienze storiche recenti, abbiamo concluso che il nome di un partito – salvo quando sia nome noto, evochi un passato, precedenti adesioni e sostegno, e idee che sono state diffuse o egemoniche alle quali si è affezionati – , non dà un briciolo di consenso, mentre può talvolta toglierlo, o almeno generare diffidenza, come attualmente è il caso di fronte Sovranista Italiano, per la nota parabola del termine sovranista, ad esso impressa da media e partiti di rilievo nazionale.

Podemos, Forza Italia, Movimento cinque stelle, Partito dell’Indipendenza della Gran Bretagna, Patria e Russia Unita, per considerare soltanto i nomi dei partiti di (relativamente) recente grande successo – talvolta banalmente sciupato – o sono semplici slogan, privi di ogni riferimento a una parte del contenuto (Podemos, Forza Italia) o designano parte del contenuto del partito (M5S, Russia Unita e Patria) o designano il contenuto del partito (Partito dell’Indipendenza della Gran Bretagna). Non sono nomi che contengono o rinviano espressamente a un ismo.

 

Dopo ampia riflessione, il Comitato Direttivo ha optato per il nome Riconquistare l’Italia, per le seguenti ragioni:

– Riconquistare l’Italia esprime in sé la sintesi del patriottismo antieuropeista e del progetto di recupero della sovranità costituzionale ed è al contempo un programma politico e uno slogan elettorale.

– Riconquistare l’Italia viene da noi utilizzato ormai da anni, nella propaganda e nelle elezioni, e costituisce naturale evoluzione del progetto politico del FSI, richiamando inoltre anche terminologicamente l’iniziale esperienza dell’ARS (Associazione Riconquistare la Sovranità): segna quindi una linea di continuità e perfetta coerenza del nostro percorso. Ciò significa che non rischiamo di dover ricominciare da zero o di non essere riconosciuti nell’ambiente che si autodefinisce del sovranismo costituzionale, sia perché Riconquistare l’Italia è già da noi utlizzato, sia perché abbiamo riscontrato la preponderanza dei nostri temi e delle nostre parole d’ordine, che vengono fuori e risultano apprezzati laddove riusciamo ad esprimerci; ed anche in questo senso il nome Riconquistare l’Italia ha dimostrato di agevolarci nel trovare la disponibilità degli uditori;

– il nome Riconquistare l’Italia incuriosisce, non spaventa e comunque viene accolto con simpatia, ed infatti ha avuto riscontri positivi già al primo impatto con le persone che non ci conoscevano, sia durante le raccolte firme che durante le campagne elettorali;

– il nome suscita la domanda: in che senso bisogna Riconquistare l’Italia? E alla domanda possiamo rispondere accogliendo svariate prospettive, tutte perfettamente inquadrabili nel nostro scopo sociale e nel nostro programma e tutte persuasive.

 

2) La sostituzione dello “scopo di fase” (art. 6, integralmente sostituito).

L’art. 6 andava ovviamente sostituito, posto che indicava lo scopo della fase che si è conclusa.

La nuova fase ha una durata variabile a differenza della precedente che aveva durata fissa di quattro anni. Abbiamo infatti previsto che “La fase politica che si apre con l’assemblea del 2021 si chiuderà dopo le prime elezioni politiche nazionali, se si si svolgeranno a distanza di non meno di diciotto mesi dall’assemblea. Altrimenti si chiuderà con l’Assemblea politica del 2025”.

In definitiva, abbiamo ipotizzato ciò che è altamente improbabile, che per esempio si vada a votare tra sei mesi o tra un anno e che non si faccia a tempo a presentare, nelle elezioni politiche nazionali, una lista che in ogni collegio candidi, sotto un unico simbolo, un cittadino di valore, per lo più espressione di quel territorio, che sia antieuropeista neosocialista e democratico. In questa malaugurata e altamente improbabile ipotesi, la fase durerà fino al 2025.

Altrimenti, come precisa l’art. 6, si lavora fin da subito dopo l’assemblea all’obiettivo di presentare agli Italiani in tutta Italia uno schieramento di valore.

Nei commi successivi al primo è sintetizzata l’opzione strategica prescelta, della quale ora esponiamo in modo analitico le ragioni.

Come è ovvio non ci fondiamo con nessuno. Ciò è dovuto a due ragioni.

In primo luogo, al fatto che, purtroppo, non esistono nella nostra area gruppi che durino da molti anni, che abbiano dimostrato di avere una organizzazione solida, funzionale, capace di attrarre e di non far fuggire gli iscritti, di evitare scissioni, di promuovere una prolungata attività di militanza fuori e dentro la rete, gruppi che abbiano centinaia di militanti: gli iscritti non contano quasi niente se non militano. Dunque possiamo allearci e ci alleeremo ma non fonderci. Fondere una organizzazione solida con una instabile, significa distruggere, non creare. È un atto suicida. Solo due organizzazioni solide, che si conoscano da tempo, i cui militanti siano da lungo tempo in contatto sui territori, possono fondersi.

In secondo luogo alcuni dei nostri potenziali alleati non vogliono nemmeno allearsi con noi. Alludiamo a Italexit di Paragone. Figuriamoci se vogliono fondersi. Ma essi sono appena sorti e quindi sarebbe perfino folle per noi fonderci con un piccolo partito del quale ancora non si conosce lo Statuto, che non ha ancora svolto un congresso e che non ha dimostrato di saper durare nel tempo e di resistere alle difficoltà e ai fallimenti.

In terzo luogo alcuni potenziali alleati concepiscono la fusione come un aggregarsi di più associazioni e gruppi e magari anche persone “in un unico contenitore” (espressione loro). Insomma per noi la cosa importante è “IL PARTITO”, la sua forma, la sua organizzazione, la disciplina statutaria, il progetto di azione che quest’ultima esprime: tutto ciò, secondo noi, è condizione della qualità e della crescita dei militanti e del partito. Per loro tutto ciò, che per noi è quasi tutto, è invece secondario o addirittura irrilevante: infatti propongono unioni a prescindere dal tipo di organizzazione. Noi crediamo che questo modo di pensare sia molto ingenuo e destinato inevitabilmente al fallimento. Dato un tipo di organizzazione, si può già dire se essa sarà efficace o no, se farà emergere furbastri o persone di valore, se valorizzerà il lavoro o la notorietà, se genererà amicizie o astio e conflitti, fiducia o sfiducia, se attirerà persone di valore o gentucola e, nel migliore dei casi, persone ingenue.

Pertanto, lavoreremo intensamente per due anni nel tentativo di formare una alleanza che si candidi su tutto il territorio nazionale.

Prendiamo in mano il processo di aggregazione e lo portiamo avanti con il nostro metodo. I nostri alleati saranno in posizione del tutto paritaria con noi. E va sottolineato: del tutto paritaria. Tanti militanti, tanti candidati, tanti capilista e tanti non capilista; e qualunque gruppo metterà nell’alleanza alcune centinaia di militanti, avrà diritto ad infilare il proprio simbolino (dentro quello che sarà il simbolo dell’alleanza); i piccoli gruppi di amici o raccolti attorno a una persona no: non è giusto e non sarebbe serio, anzi sarebbe ridicolo, perché nel simbolo apparirebbero un’accozzaglia di simbolini che non significano nulla per nessuno.

Ma ad aggregare procediamo noi, con il nostro metodo, perché abbiamo potuto constatare che gli altri non sono in grado di far durare una iniziativa collettiva un paio di anni e di farla crescere, senza subire enormi scissioni: tanti tentativi completamente falliti dimostrano che mancano le capacità umane e organizzative per dar vita a una frazione; figuriamoci per unire le frazioni.

 

Il metodo che il Direttivo intende seguire è il seguente.

Prima verifichiamo dove siamo già in grado di candidarci alla Camera e/o al Senato: sicuramente in più di un terzo dei collegi forse nella metà. Ci sono disegni di legge che prefigurano i nuovi collegi. Potremmo tener conto di questi o dei vecchi. Ma il lavoro va iniziato subito, dopo l’Assemblea. Bisogna organizzarsi al livello di collegi.

Poi andiamo a cercare alleati, secondo l’ordine logico e cronologico che noi ci daremo, perché lo reputeremo il più opportuno per riuscire ad aggregare.

 

Ecco dove possiamo andare a trovare alleati.

In primo luogo, pensiamo ad alcuni dei deputati e senatori pentastellati che sono stati espulsi dal M5S, per essersi opposti a Governo Draghi. Alcuni di essi, non tutti, ma coloro che accetteranno di essere per la democrazia rappresentativa realizzata dai partiti, e sono neosocialisti e antieuropeisti, potranno essere molto utili, come gruppo alleato. Dico gruppo perché attorno ad essi potrebbe aggregarsi qualche decina o forse qualche centinaio e forse anche un migliaio di attivisti pentastellati. Tutte le ingenue avversioni preconcette verso i pentastellati sono fuori luogo. Se noi siamo severissimi con noi stessi e nel valutare i soggetti con i quali fonderci, siamo così realisti nel valutare la nostra forza, da cercare alleati ovunque riusciamo a trovarli. Tra l’altro alcuni di questi deputati e senatori li conosciamo e hanno delle qualità.

In secondo luogo, pensiamo a un numero non piccolissimo di amici e contatti di particolare valore sotto il piano teorico, che abbiamo conosciuto sui social. Si tratta di intellettuali, studiosi o divulgatori, i quali saranno utili anche se privi di piccoli gruppi di supporto ma che talvolta potrebbero portare in dote gruppi di persone di valore sparse per l’Italia, ed eventualmente altri candidati. Non pochi di essi, infatti, si sono costruiti un certo seguito. In questo secondo caso potrebbero essere non utili ma utilissimi. Ad essi noi chiederemo senz’altro di partecipare con noi alla battaglia del 2023 e di dichiararlo fin da subito.

Poi vengono alcune centinaia di persone che ci seguono e che non sono iscritte e alle quali chiederemo di prometterci il loro impegno nella campagna elettorale del 2023, nella forma degli iscritti simpatizzanti, dei quali tra breve parleremo, o come indipendenti simpatizzanti.

Infine, prima di passare ai piccoli partiti dell’area, dobbiamo accennare ad uno dei tanti coordinamenti di partite IVA. Ne abbiamo conosciuti diversi di questi coordinamenti ma questo ci sembra il migliore. Abbiamo ottimi rapporti con il Presidente e ci auguriamo che da questo coordinamento possa venire fuori un gruppo di persone che oltre alla legittima prospettiva corporativa, che tuttavia non ci interessa, sappia inquadrare gli interessi di categoria in una prospettiva politica simile alla nostra. Purtroppo molto spesso i gruppi di partite IVA non dimostrano di avere la capacità di inquadrare le rivendicazioni corporative in un quadro politico ampio e coerente. Ma almeno da un gruppo speriamo e crediamo vi siano possibilità di tirar fuori qualcosa di buono.

 

Passando ai gruppi politici, certamente faremo di tutto per allearci con i migliori militanti di Vox.

Fino ad ora le cose non sono facilissime. È bene che i nostri militanti sappiano cosa è accaduto quest’anno. La migliore cosa è sempre dire soltanto tutta la verità.

Abbiamo chiesto più volte al Presidente di Vox di far incontrare il Direttivo del FSI e la direzione nazionale di Vox. Ma c’è stato sempre risposto di no, in base a una precisa motivazione, che non è stata nascosta: dentro la direzione ci sarebbero idee diverse e il Presidente credeva non opportuno per Vox questo tipo di incontro. Era preferibile che noi incontrassimo soltanto l’ufficio di Presidenza, composto da tre persone, cosa che non ci interessava minimamente: per allearsi, o addirittura fondersi, come proponeva proprio il Presidente di Vox, bisogna prima conoscersi e conoscersi a fondo.

Più di recente, Liberiamo l’Italia, dopo essersi sentita con noi, ha promosso incontri a tre, ai quali hanno partecipato: alcuni membri del nostro Direttivo, alcuni membri della loro direzione nazionale e per Vox il Presidente, che in una delle due occasioni era accompagnato da un membro della direzione nazionale. In sostanza è stato impossibile incontrare e conoscere i dirigenti di Vox: l’unico legittimato a parlare in nome di Vox ma anche l’unico con cui potevamo parlare era il Presidente del partito. Una situazione a dir poco paradossale.

Comunque, la nostra proposta in questa occasione è stata più avanzata. Abbiamo detto: facciamo incontrare i militanti locali, al livello provinciale o cittadino, dove ci sono gruppi significativi; facciamoli conoscere, facciamo in modo che possano eventualmente stimarsi, che possano decidere di organizzare assieme qualche iniziativa locale, a partire da alcune liste comuni alle elezioni amministrative. Ci è stato detto che noi, con la nostra proposta di alleanza e non di fusione, volevamo mantenere una piccola rendita di posizione e che tutto ciò non interessava a Vox (almeno nella prospettiva del Presidente di Vox), la quale era interessata esclusivamente a creare un “nuovo contenitore” nel quale confluissero tutte le forze. Insomma alleanza no, conoscenza no, contatti no, dialogo no, liste comuni no. O fusione o morte. Noi dovremmo fonderci con chi non conosciamo e tra l’altro senza nemmeno aver verificato se abbiamo la stessa idea di partito e di organizzazione!

Tra il primo momento (nostra richiesta di incontro a Vox) e il secondo (iniziativa di Liberiamo l’Italia), il 10 ottobre abbiamo sperato di riuscire ad incontrare militanti e dirigenti di Vox nella manifestazione della marcia della liberazione. Anzi eravamo certi che sarebbe accaduto. Noi eravamo 2-300 tra soci e simpatizzanti. Loro, che sostengono di avere migliaia di iscritti, erano pochissimi, anche perché non pochi che già conoscevamo e che erano presenti ci hanno detto che erano usciti da Vox.

Abbiamo avuto contatti con il coordinatore romano, per verificare se volevano appoggiare la candidatura di Trombetta ma alla fine hanno preferito, del tutto legittimamente per carità, tentare alleanze con altri gruppi. In sostanza, ad oggi, e siamo a pochi mesi dalle elezioni, né candidano un militante di Vox né sostengono Trombetta.

Infine, a Varese dove siamo pochi e siamo presenti soprattutto nella provincia più che nella città, abbiamo recentemente offerto la nostra disponibilità a inserire due nostri candidati nella lista di Vox a sostegno di un loro eventuale candidato sindaco. Ma dopo abbiamo scoperto che il 20 aprile 2020 questo candidato sindaco aveva fatto un pubblico proclama, che si trova in Rete, a favore di Forza Nuova. Noi non sappiamo chi in Vox abbia deciso di candidare questo ragazzo; se sanno che ancora il 20 aprile stava con Forza Nuova; se non lo sanno; se in realtà si è autopromosso e ancora non ha avuto l’approvazione dei dirigenti nazionali, anche se sulla stampa locale sono uscite alcune notizie che lo davano come candidato sindaco.

Tuttavia, in Vox certamente esiste un problema di nostalgici. Per avere rapporti con noi devono eliminare fino all’ultimo nostalgico.

Un conto è avere tra i propri iscritti persone che in gioventù sono state della destra radicale: ci mancherebbe che non si possano cambiare idee politiche, inizialmente professate per provenienza familiare, o per influenza di compagni di banco o di persone ammirate al liceo, e che, a una certa età, non si possa scegliere la democrazia, la Costituzione e un patriottismo che esprima una antropologia o psicologia collettiva fiera e dignitosa ma non narcisa e aggressiva.

Altro conto è candidare persone che sono appena uscite da quell’ambiente: è pura follia. Ed è folle non soltanto perché la stampa mainstream e la TV poi ribadiranno sistematicamente questa scelta in modo sistematico per screditarti (tu ti candidi alle politiche nazionali e i quotidiani nazionali non faranno altro che parlare di quel candidato). È folle di per sé. Infatti, un partito serio queste persone le mette al ciclostile per alcuni anni, verifica se si tratta di infiltrati o di tentativi di trovare spazi, controlla che non pubblichino post nostalgici, accerta che c’è stato davvero un mutamento di ideologia, le mette alla prova chiedendo ad esse di fare campagna elettorale per altri iscritti, che da più lungo tempo militano nel partito ed hanno dato prova di fedeltà all’idea e al partito, e infine, trascorso un sufficiente lasso di tempo, senza che abbiamo più proferito una sola parola nostalgica, consente ad esse anche di candidarsi.

In definitiva noi, nei rapporti con Vox, abbiamo incontrato questi ostacoli: i) la presenza di infiltrati della destra radicale; ii) l’estrema difficoltà, se non addirittura impossibilità, a dialogare con militanti e con i membri della direzione nazionale; iii) la constatazione o almeno il fondato dubbio che manchi una vita associativa e comunitaria, che generi amicizia tra i militanti, dimostrata dalla manifestazione del 10 ottobre; iv) e infine una organizzazione quasi assente: tutto sembra essere mediatico.

Le notizie di questi giorni confermano la nostra impressione, che d’altra parte era fondata su fatti: iscritti di Vox che passano da Paragone; litigi anche nell’Ufficio di Presidenza – un organo di 3 persone assurdo, che incredibilmente decideva tutto, in luogo di un organo più ampio e collegiale (il nostro organo di vertice è composto da 15 membri ed elegge al suo interno ogni anno il Presidente, che non è eletto dall’Assemblea); la radice del male sta in questo organo e la responsabilità in chi lo ha pensato e accettato senza prevedere il disastro – con due membri che si dividono dal terzo; un congresso annunciato che per ora non si svolge e che sarà il raduno di alcuni; una proposta di Statuto che ancora attribuisce poteri enormi a singole cariche e che è rifiutata da molti di coloro che stanno rimanendo, i quali non è escluso che a breve si dividano; uscite in massa di soci che formano altre associazioni divulgative; offese pubbliche sulla rete tra ex compagni di partito. Insomma una disgregazione.

Ci auguriamo che le energie valide che sono in Vox si organizzino, prendano la direzione del partito e restino unite e compatte, dando al partito una organizzazione efficiente ed eliminando tutti i nostalgici e i personaggi che credono che l’organo di vertice debba essere composto da una due o tre persone e non da sette o quindici. Se ciò accadrà, sarà facilissimo formare una lista comune tra noi e Vox con un programma comune. Se non riusciranno, ci auguriamo comunque che tutte le persone valide restino assieme, e, come autonoma associazione, mantenendo la propria specificità e individualità politico ideologica, si alleino comunque con noi.

In ogni caso, per poter instaurare un dialogo, è necessario attendere gli eventi e verificare cosa accadrà.

 

C’è poi Liberiamo l’Italia: non sono molti ma sono dotati di alcune capacità specifiche, che hanno dimostrato nell’organizzare la manifestazione del 10 ottobre e certamente sono in grado di apportare un utile contributo e di coprire un certo numero di collegi e di dare utili militanti in altri collegi. Il rapporto con loro ha un unico problema: vogliono contare più di quanti sono (erano entrati con Paragone con questo obiettivo: lo hanno dichiarato ad alcuni di noi). Ma li conosciamo da molto tempo e sappiamo che questo è il loro modo di intendere la politica. Sollevazione, Campo Antimperialista, Movimento Popolare di Liberazione, Sinistra contro l’Euro, CLN, P101, Liberiamo l’Italia sono sempre loro (in Liberiamo l’Italia invero ci sono altri soggetti), che promuovono organizzazioni che poi non crescono e non crescono perché vogliono avere un ruolo che non ha alcun senso in una organizzazione che cresce.

Con noi, comunque, non attacca. È una volontà che non accettiamo già sotto il profilo morale. Se son rimasti pochi vuol dire che difettano di alcune competenze e qualità: ne hanno alcune ma mancano di altre. E dovrebbero essere i primi a saperlo e a dirlo. Quando avranno accettato la nostra condizione – si conta in base al numero dei militanti messi a disposizione dell’alleanza, né un capello di meno né un capello di più: l’uguaglianza tra le associazioni alleate è il sommo principio -, che è condizione logica, morale e di efficienza ad un tempo, ci si alleerà senza dubbio.

In ogni caso, essi per il momento aspirano a star dentro il movimento sociale che credono si svilupperà a causa della crisi e delle restrizioni anti-covid e vorrebbero riuscire a conquistarsi la direzione di almeno un filone di questo ipotetico movimento. Ciò significa che per il momento le strade restano separate.

Infatti, noi non promuoviamo alcun movimento; non siamo così sicuri, come lo sono loro, che tale movimento ci sarà; e non siamo sicuri che dedicare tanto tempo a questo movimento, che per ora è poca cosa anzi è mera ipotesi, sia il miglior modo per impiegare le nostre forze, tenuto conto del nostro scopo sociale, ossia per trovare validi militanti e candidati per le elezioni del 2023. Alcuni nostri militanti sui territori stanno e staranno dentro l’auspicato movimento, che per ora è poco più di un tentativo, credendo che sia il miglior modo per trovare nuovi validi militanti. Altri faranno altro. La nostra regola è l’autonomia della militanza territoriale. Nessuno può dire con certezza cosa convenga fare. Lo si fa e si ottengono risultati e poi si viene imitati, anche se non da tutti (non tutti i territori sono uguali e non tutti i militanti hanno capacità e qualità identiche: chi ne ha una e chi ne ha altre).

Perciò contatteremo gli amici di Liberiamo l’Italia tra un po’ di tempo, quando già avremo tentato di aggregare altri gruppi. E ovviamente ci auguriamo che riescano nel loro obiettivo. Resta fermo che al momento dell’Alleanza ognuno dovrà contare in base alle forze che mette a disposizione e che nessuno può dire “i nostri militanti valgono di più dei vostri”. È accettabile che qualcuno con umiltà dica “valgono di meno”. Ma è inaccettabile che qualcuno dica “valgono di più”.

 

Resta Italexit di Paragone. Siamo andati ad incontrare Paragone a Roma. Ma egli ha detto chiaramente di non essere intenzionato ad alleanze. Andranno alle elezioni per conto loro, eventualmente in contrasto con un’altra lista, portatrice di idee politiche per certi versi affini. Questo ha detto. Poi ha anche detto che prevarrebbe lui. Ma questa è solo una opinione fondata sul suo convincimento soggettivo. Invece che egli non sia disposto ad allearsi è una dichiarazione che è oggettivamente vera per la ragione che l’ha fatta.

Non sarebbe un ostacolo. Noi crediamo che Paragone non riuscirà nell’obiettivo di costruire, non una semplice frazione di un’alleanza, come umilmente avrebbe dovuto tentare di fare, bensì un intero partito. Stanno entrando da lui numerosissimi orfani di innumerevoli tentativi falliti, da ultimi alcuni di Vox. Essi non sono la prova di capacità, anzi. Inoltre, il partito di ex pentastellati all’orizzonte, tantopiù se raccatterà qualche simbolo qua e là per non raccogliere le sottoscrizioni, potrebbe dare molto fastidio a Paragone. Gli opportunisti disposti a sostenerlo, sceglierebbero di sostenere il partito degli ex.

Quindi ipotizziamo che tra un anno lo si possa contattare e dire: visto che non riuscirai a formare il partito che si candida in tutta Italia, sei disposto a dare un contributo generoso ad una alleanza?

Noi non escludiamo questa astratta possibilità. E chiediamo ai militanti di vincere ogni forma di resistenza, nei confronti di Paragone, dovuta sia a posizioni politiche assunte, sia a un modo di comunicare alla Grillo, che in quella forma racchiude in sé un contenuto e un tipo di estimatori, sia perché non ha avuto nessun interesse a scoprire cosa ci fosse di valido tra gli antieuropeisti: bisogna candidarsi in tutto il territorio nazionale e la frazione promossa da Paragone potrebbe essere utile. Quando ci sono scelte si sceglie. Quando non ci sono, non si sceglie.

Tuttavia, restano degli ostacoli. In primo luogo, Paragone vorrebbe inserire il suo nome nel simbolo, ovviamente parliamo del simbolino che starebbe dentro il simbolo dell’Alleanza. Noi abbiamo detto da sempre tutto il male possibile di questa prassi, di chi usa il proprio nome, di chi si candida sotto un simbolo che ha un nome di persona e di chi vota quella lista, in generale di chi è incapace di vedere il male racchiuso in una simile scelta. Nulla di buono può nascere da un simbolo politico che contenga un nome di persona (si tratti di Renzi, Salvini, Meloni o Grillo). Il nulla è il destino. Tuttavia, si tratterebbe di un nome inserito in un simbolino che assieme al nostro starebbe dentro il simbolo dell’Alleanza. Ci si può passare sopra. Questo è dunque un ostacolo apparente.

In secondo luogo, essendosi mosso alla fine, Paragone sta tentando di promuovere il suo gruppo aggregando una serie di persone che vogliono essere candidate. Non ci sono gruppi di militanti cittadini e provinciali ma aspiranti candidati, reperiti soprattutto, almeno inizialmente, tra ex pentastellati delusi, traditi, trombati, già eletti o candidati due volte, in rotta con i capetti dei loro territori, desiderosi di vendetta, spesso mai stati antieuropeisti. È molto difficile che questi soggetti muovano un dito per i candidati dell’Alleanza al momento del voto, se non saranno stati candidati. È già accaduto a Piazzarotti che, sostenendo altre idee, ha tentato di fondare un partito su una molteplicità di galletti ex pentastellati. E ha fallito.

Tuttavia, non chiudiamo le porte, non costruiamo muri. Paragone fallirà il suo progetto. Se le persone che avrà aggregato vorranno allearsi, l’alleanza si farà. Ma sarà l’ultimo alleato in ordine di tempo, perché cercherà di fare da solo fino a quando sarà costretto ad accorgersi che si è posto un obiettivo eccessivo.

Come capite, sarà un’azione di lunga durata, continua e ininterrotta, che inizierà subito dopo l’Assemblea e che è l’unico metodo che potrebbe consentire di coronare con successo quelli che nel 2023 saranno 11 anni di militanza, permettendo di candidare, sotto un unico simbolo e nome, in ogni collegio, un valido candidato antieuropeista, democratico, neosocialista, per lo più espressione del territorio.

 

3) La scelta di auto-qualificarci come forza politica “democratica, neosocialista, antieuropeista e patriottica” (art. 9, comma primo, lett. b), ferma la scelta di non autoqualificarci per la collocazione parlamentare o extraparlamentare (centro, sinistra, destra, centrosinistra, centrodestra).

Qui c’è poco da dire: noi crediamo che l’Unione Europea riduca di per sé la democrazia italiana e faccia dell’Italia una Repubblica semi-democratica. Inoltre, l’Unione Europea impone di fatto, con la superiorità dei Trattati sulla nostra Costituzione economica, il neoliberalismo. Ci qualifichiamo dunque espressamente antieuropeisti, perché democratici e neosocialisti. L’antieuropeismo è la logica conseguenza del nostro essere democratici e neosocialisti. E in questo senso, per la ripresa del vigore della democrazia italiana e della Costituzione ispirata a valori comunitari e sociali, siamo patriottici. Nel tempo presente, non si può essere patriottici e europeisti al tempo stesso.

Noi non siamo soltanto per il recesso dai Trattati Europei; non siamo per isolarci da una Unione Europea che resti in piedi. Siamo per la disintegrazione dell’Unione Europea e per una organizzazione europea, che lasci liberi gli Stati di aiutare le proprie imprese e di limitare la circolazione dei capitali e dei servizi (la circolazione del lavoro, invece, anche se non libera, può essere agevolata rispetto all’entrata di lavoratori che vengono da fuori dell’Alleanza); l’organizzazione europea deve limitarsi ad imporre il pareggio della bilancia commerciale e delle partite correnti tra i paesi alleati. Di tutte e due: se la Germania vuole esportare in Italia o in Spagna beni e servizi non finanziari, deve importare nella stessa misura. Altrimenti esporta comunque soltanto ciò che importa. E così per tutti. Questo vero equilibrio, questa vera pace tra i popoli europei, messi in competizione da Maastricht, si realizza soltanto restituendo a tutti gli Stati i poteri sovrani dei quali si sono privati e imponendo ad essi l’equilibrio commerciale e finanziario. Il presupposto di tutto, oltre che l’esistenza di monete diverse, è una rigorosa disciplina della circolazione dei capitali. Questa organizzazione, sarà dunque a difesa della sovranità degli Stati, e per la pace tra i popoli. E sarà anche una alleanza militare. Si partirà in pochi Stati, tra i quali inizialmente non ci sarà la Germania e poi, se e quando vorrà entrare, la si vincolerà. Questo è il nostro sogno: un sogno di pace europea dunque e perciò un mondo di Stati sovrani con l’unico vincolo di non sopraffare gli altri: i surplus commerciali si realizzano fuori dall’alleanza e i capitali, se uno Stato li esporta, li esporta fuori dell’alleanza.

 

4) L’eliminazione del principio “indietro non si torna” (art. 9, comma primo lett. d).

Il principio nella sua formulazione originaria era provvisorio. Infatti esso prevedeva che con questa Assemblea avremmo potuto modificare i nostri documenti. Abbiamo stabilito che salvo i principi immodificabili contenuti nell’originario “Documento di analisi e proposte”, la modifica possa d’ora in avanti avvenire in ogni assemblea. Ovviamente è necessario che gli emendamenti siano sostenuti da 30 soci, e siamo persone serie quindi ci è sembrato che non corriamo il rischio di dimostrare che siamo ragazzini e che dedicheremo le prossime assemblee a discutere quella parte dei documenti che non ci convince: stiamo nel partito perché condividiamo l’80%, non per lottare in modo da affermare il nostro 100%. E tuttavia, se abbiamo fatto qualche affermazione eccessiva o sbagliata o opinabile o esprimibile più correttamente o chiaramente, sarà possibile modificare il programma, fermo restando che dobbiamo andare avanti.

 

5) L’introduzione della figura dei “soci simpatizzanti” al fianco dei “soci militanti” (art. 10 comma 4 bis per l’enunciazione e art. 11 comma 3, per l’indicazione dei diritti e dei doveri).

L’introduzione di questa figura è strettamente legata al nuovo scopo di fase. Se noi lavoreremo per un paio di anni per candidarci in tutti i collegi, allora oltre ai soci militanti aggregheremo o potremmo aggregare soci simpatizzanti, che ai sensi dell’art. 11 comma 3, possono assistere all’Assemblea senza diritto di parola o di voto ma non hanno i diritti dei soci militanti. Essi non hanno nemmeno i doveri dei soci militanti, salvo quelli indicati nell’art. 11 comma 2 lett. g) ed h), ossia di versare la quota associativa annuale e di partecipare attivamente alla campagna elettorale per le elezioni politiche nazionali.

In definitiva si tratta di persone che ci dicono “io ci sto ad aiutarvi nella campagna elettorale per le nazionali: dal I gennaio 2023 al giugno 2023 (o eventualmente in sei mesi precedenti) contate su di me; sono disposto a candidarmi o a fare comizi, o ad accompagnare chi fa comizi o a fare volantinaggi o a fare banchetti o a raccogliere firme o a girare con una autovettura e l’altoparlante o a utilizzare le mia pagine social per la propaganda” (ognuno dà la disponibilità a svolgere le attività che crede di poter e saper svolgere). Insomma ci dice che partecipa alla battaglia che si svolgerà in quei sei mesi. Noi li inquadriamo semplicemente inserendoli nella chat relativa ai soci del collegio. I soci simpatizzanti, al di fuori di quei sei mesi, non hanno i doveri che hanno i soci militanti.

 

6) L’eliminazione del potere del Comitato Direttivo di cooptare soci ulteriori rispetto ai quindici eletti, salvo il caso che uno dei quindici sia cessato dalla carica (art. 15 comma 1 e 2 lett. e art. 17 comma 2).

Questo potere del Direttivo, che durante l’anno poteva aumentare di numero, cooptando iscritti, aveva una ragion d’essere al tempo dell’associazione, che precedette il partito, quando i membri del Direttivo erano inizialmente sette e cooptavano persone che si distinguevano per il fatto che si davano da fare, meglio se con qualche risultato. Serviva a dimostrare il carattere aperto dell’organo dirigente: chiunque impegnandosi e ottenendo risultati poteva entrare nel Direttivo. Fermo restando che ogni anno il Direttivo era eletto dall’Assemblea.

Già dal 2016 questa funzione era venuta meno. E infatti abbiamo fatto un uso modestissimo di questo potere.

È un potere che non serve più. Durante l’anno che separa un’assemblea da un’altra, se per qualche ragione viene meno uno dei membri del Direttivo, il Direttivo ha il potere di cooptare un nuovo membro per tornare ad essere composto da 15 iscritti. Ma al di là di questo potere di sostituire membri, il Direttivo non ha più il potere di cooptare soci per aumentare la compagine.

 

7) L’aggiunta di competenze del Comitato Direttivo (art. 15 comma 2, lett. q-z).

Le competenze aggiunte con le lettere r-z dell’art. 15, comma 2, sono riconducibili a tre categorie.

Alcune non fanno altro che formalizzare (prevedere espressamente) poteri ovvi, impliciti e già esercitati. Sono quelle indicate sotto le lettere q) (sottoporre all’assemblea mozioni) e s) (emanare il regolamento che disciplina lo svolgimento dell’assemblea). Sul punto non c’è nulla da dire.

Una è a sé stante e riflette l’esigenza di far fronte ad emergenze. Il Direttivo era definito dal vecchio Statuto come “organo che dirige l’esecuzione di un progetto che è già scritto e approvato in Assemblea”. Ciò comportava che atto costitutivo e Statuto ma anche documenti programmatici e mozioni strategiche erano di competenza esclusiva dell’Assemblea.

Noi abbiamo mantenuto questa impostazione, ribadendo nell’art. 15, comma 1, che “Il Comitato Direttivo è l’organo esecutivo dell’Associazione. La sua funzione è, fondamentalmente, salvo emergenze”, (non più esclusivamente) “quella di dirigere l’esecuzione di un progetto approvato dai soci e consacrato nell’Atto Costitutivo e nel presente Statuto”. Dunque non più esclusivamente ma fondamentalmente e salvo emergenze.

Prima, infatti, in caso di assoluta novità imposta dalla situazione, il Direttivo poteva redigere documenti che non vincolavano nemmeno momentaneamente i soci, perché gli unici vincoli nascevano dall’assemblea. Il Direttivo poteva emettere comunicati e documenti che, se non trovavano un fondamento in un atto dell’assemblea, non erano validi. La crisi generata da covid ha dimostrato che era opportuno prevedere che eccezionalmente il Direttivo possa approvare documenti che danno la linea al partito. La nostra assemblea è annuale, dunque i documenti sono sempre destinati ad essere ratificati, modificati o respinti dall’assemblea entro un anno dalla loro approvazione da parte del Direttivo.

Si parla della competenza indicata alla lettera r): “in caso di necessità e di urgenza emettere dichiarazioni, comunicati o elaborare documenti, che eventualmente saranno oggetto di mozione in assemblea”;

Infine la terza categoria di competenze aggiunte è legata allo scopo di fase: “t) assieme ad altri soggetti di un’alleanza elettorale ripartire tra i partiti e i gruppi dell’alleanza seggi, candidati e quant’altro, e concordare simboli comuni; questa funzione può essere delegata a un numero ristretto di membri del Comitato Direttivo, che partecipino a organi comuni; u) nei collegi riservati a RI all’interno di alleanze elettorali, o in tutti i collegi nel caso di candidatura fuori dall’alleanza, sollecitare la candidatura dei militanti, dirimere contrasti sulle candidature che siano sollevati dai territori, proporre candidati in situazione di stallo, riservarsi la scelta di un certo numero di candidati in alcuni collegi; nonché collegi per candidati indipendenti scelti dal Direttivo, qualora possano essere utili al partito; v) indicare i candidati che parteciperanno a trasmissioni televisive o radiofoniche nazionali o concederanno interviste o interverranno sulla stampa nazionale; z) nominare coordinatori provinciali, regionali o relativi a collegi elettorali, motivandone le ragioni.”

Questa ultima competenza l’abbiamo formulata in modo astratto e generale e non specificamente legato all’assemblea. Era già capitato che durante le elezioni il Direttivo nominasse dei referenti che riferissero al Direttivo e sollecitassero e organizzassero l’azione sui territori. In due casi in cui abbiamo avuto crisi, per abbandono o per volontà di assoluto riposo dei soci che lavoravano e coordinavano, in Sardegna e a Bologna (anche se poi a Bologna non abbiamo agito, lo faremo dopo l’assemblea) abbiamo nominato dei commissari, in Friuli Venezia Giulia, dove stentiamo a partire, abbiamo nominato un commissario. Quindi forse a rigore questa competenza ratifica poteri che ci eravamo presi e che non possono che spettare logicamente all’organo esecutivo, ossia al Direttivo, e non certo all’organo deliberativo, ossia all’Assemblea.

 

8) L’eliminazione della carica del Vice-Presidente (art. 15 comma 2, lett. o, e comma 3 e art. 16 comma 1).

Quando abbiamo proposto questa modifica coloro che l’hanno proposta non ricordavano nemmeno che avessimo una volta scelto quella splendida persona che è Giampiero Marano come Vice-Presidente. Credevano che non avessimo applicato la clausola.

Abbiamo considerato che lo Statuto prevede che il Presidente è scelto dai membri del Comitato Direttivo. Dunque non vi è alcuna possibilità che l’associazione rimanga per più di qualche giorno senza Presidente, per recesso, morte, o per sopravvenuta incapacità: il membro più anziano convoca la riunione e si sceglie il nuovo Presidente. In caso di impossibilità momentanea – difficilmente ipotizzabile, tenuto conto che le riunioni si possono svolgere e normalmente si svolgono online – lo Statuto prevede che il Comitato Direttivo sia presieduto dal membro più anziano.

Insomma la carica di Vice-Presidente era del tutto inutile, come infatti si è dimostrata.

 

9) Il compito di ricerca almeno di una larga maggioranza in assemblea, anziché della tendenziale unanimità (art. 17, comma 1, lett. c).

Per un lungo periodo, durante l’associazione che ha preceduto il partito e poi nella prima fase di vita del partito, è stata vigente la regola che imponeva, anche in assemblea, non soltanto nel Direttivo, di ricercare possibilmente l’unanimità.

La regola serviva ad educare all’unità, ad avanzare proposte che fossero accolte tendenzialmente da tutti nel momento in cui venivano avanzate, a imparare a riconoscere i passi che si possono fare per rimanere uniti dai passi che rischiano di spaccare il partito e che sono distruttivi. Insomma il bene dal male, la ragione dall’istinto, la generosità dall’egocentrismo.

Oggi il partito ha un nucleo duro di persone che conoscono il metodo, che muovono da analisi omogenee, che conoscono lo Statuto, che sanno che si tratta di un progetto paziente, che riconoscono che lo scopo sociale è immodificabile, che sanno che durante la fase nemmeno lo scopo di fase è modificabile. Esiste dunque una unità di intenti che non riguarda esclusivamente le idee, ma anche l’organizzazione e l’azione.

Non si rischiano scissioni.

È perciò possibile consentire al Direttivo o a gruppi di soci di proporre documenti, mozioni o emendamenti che aspirino semplicemente a una larga maggioranza (non una semplice maggioranza assoluto) anziché all’unanimità.

La modifica deriva dal fatto che la nostra associazione è solida e salda, che tra i membri c’è stima ed amicizia e può capitare che ci si divida su una questione, sebbene resti la inopportunità di avanzare proposte che spacchino a metà il partito. Ecco la necessità di una larga maggioranza.

 

10) L’iscrizione da 24 mesi, anziché da 18, per far parte del Comitato Direttivo (art. 17 comme 2, lett. b e c).

Si tratta di un termine ancora molto esiguo e che con il tempo dovrà aumentare.

Il dirigente di un partito deve aver dimostrato di aver a lungo militato nel partito, di averci creduto, di essere stato disciplinato e paziente, di aver rispettato lo Statuto, di essersi conquistato la stima e la simpatia dei militanti locali, di aver lavorato molto e con risultati, di possedere razionalità saggezza e capacità umane necessarie a costruire e non dividere o scindere il gruppo. Per tutto ciò, è necessario parecchio tempo e 24 mesi non bastano. Ma la clausola è ormai modificabile ogni anno e quindi possiamo modificarla più volte man mano che il partito va avanti. Per ora un aumento del termine di 6 mesi ci è parso sufficiente.

Il nostro non è un partito nel quale arriva l’avvocato, il dottore, l’imprenditore, il professore, il dirigente d’azienda, l’intellettuale o il personaggio famoso e diventa dirigente. Consentire una simile possibilità significa aver introiettato l’ideologia del consumatore rispetto al cittadino, dell’attivista rispetto al militante, del fan rispetto all’estimatore, del capitale rispetto al lavoratore. Significa in definitiva essere ridicoli, irrazionali e inetti e meritare la schiavitù.

Si può guarire naturalmente. E si guarisce iscrivendosi o simpatizzando per Riconquistare l’Italia.

 

11) L’aggiunta dell’aggettivo “chiare” per delimitare le questioni che i soci possono rivolgere al Comitato Direttivo (all’art. 17, comma 3, lett. b).

Per questa clausola statutaria, è consentito ai soci “porre questioni al Comitato Direttivo, da formalizzare in istanze scritte e nominative inviate alla casella di posta elettronica ufficiale dell’Associazione. Non sono prese in considerazione istanze che sollevino più di due chiare questioni”.

Deve trattarsi di domande. Questioni. Le domande non possono essere più di due. E i quesiti, abbiamo aggiunto, devono essere chiari.

Capita talvolta, anche se raramente, che alcuni soci ci scrivano lettere o veri e propri documenti, che contengono 3-4 anche 5 elementi di analisi di fatto o giudizi di valore, su ciascuno dei quali ogni membro del Direttivo può concordare o dissentire per varie ragioni. E sulla base di quelle analisi si avanzano proposte, una, due o più. Che cosa ci dobbiamo fare con questi documenti? Possibile che basta che un socio ci scriva e noi siamo tenuti a dedicarci a rispondere al socio? Sulla base di pregresse esperienze inserimmo questa clausola, estremamente ragionevole. Infatti per prendere posizione su questi documenti, serve una intera riunione del Direttivo e la discussione su tutti i punti di analisi e su tutte le proposte. Ora, salvo nei due mesi in cui il Direttivo prepara l’assemblea, quando si riunisce settimanalmente e non ha tempo per dedicarsi ad altro, negli altri periodi, tolto il mese di agosto, il Direttivo si riunisce mediamente una volta al mese, quindi nove volte. Ebbene basterebbe che, in un anno, tre soci ci inviino tre di questi documenti per far sì che un terzo del nostro lavoro debba essere dedicato a queste risposte.

D’altra parte, la proposta di documenti spetta per Statuto al Direttivo, non ai soci. Le mozioni spettano anche a gruppi di trenta soci (il singolo socio deve dunque impegnarsi a trovare altri 29 soci) e si discutono in assemblea. Le scelte strategiche (lo scopo di fase) si discutono una volta ogni 3-4 anni e si discutono in assemblea.

Ecco perché abbiamo stabilito nel 2016 che al Direttivo i singoli soci possono porre singole questioni, al massimo due questioni, che si condensino in due o tre righe; e con l’innovazione che proponiamo abbiamo voluto precisare che si deve trattare di questioni chiare: “perché il Direttivo ha scelto questo e non quest’altro”? “perché il Direttivo sembra intenzionato a non fare questo?”; “il Direttivo è intenzionato a fare questo e se è intenzionato come intende agire?”.

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Una risposta

  1. Massimo Bonetti ha detto:

    Buon giorno, io non sono nessuno, ho semplicemente partecipato ad un vostro recente incontro in videoconferenza nel quale mi sono riconosciuto in merito alle idee esposte.
    Mi permetto in ogni caso di dare un suggerimento e uno spunto di riflessione: eviterei il termine antieuropeista, lo trovo ambiguo e inappropriato. Penso che nessuno sia contro l’Europa. Qui si mette in discussione la Comunità europea. Occorrerebbe anche superare l’analogia tra Comunità europea ed Europa, sono due cose diverse.
    Confesso di non avere un termine da proporre in sostituzione.
    Ringrazio per l’attenzione.

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