Elezioni regionali: programma di Riconquistare l’Italia per la Regione Liguria

Gestire l’epidemia e la crisi economica

La gestione dell’emergenza, seppur probabilmente corretta sotto il profilo sanitario, caratterizzato dall’enorme incertezza dei primi mesi di pandemia, ha evidenziato profonde lacune sotto il profilo politico, concretizzandosi in gravi mancanze strategiche e comunicative. Una classe politica paternalista, che decide sulla testa dei cittadini senza spiegare il fine, le strategie, gli ostacoli, i rischi e i costi delle misure imposte, senza sollevare nemmeno quei dubbi che gli stessi cittadini sono in grado di sollevare, merita di essere rimossa in toto, senza eccezione fra maggioranza e minoranza. Essa infatti non suscita il dibattito, elemento essenziale della democrazia assieme al principio di maggioranza, e rischia di portare il Paese su una strada catastrofica che si sarebbe potuta evitare se dibattito vi fosse stato.

In aggiunta a queste gravi responsabilità, governo e Regioni hanno permesso e in molti casi persino indotto e fomentato i media a terrorizzare e colpevolizzare una popolazione già duramente colpita dall’epidemia.

Il popolo non è un gregge e la classe politica non è il pastore

Crediamo che sia giunto il momento di alleviare il peso/onere emotivo, economico e sociale di tutta la popolazione. La classe dirigente si deve comportare come tale e attuare tutte le politiche più idonee per riprendere la vita normale, secondo i una normale concezione della sicurezza sanitaria.

Risulta a tutti evidente che non siamo più nella situazione di marzo-aprile e anche se, Dio non voglia, si assistesse ad una recrudescenza della pandemia, le pesanti restrizioni che abbiamo provato nei mesi scorsi non sarebbero più sostenibili, né del resto sarebbero necessarie, visti gli enormi miglioramenti nella conoscenza del virus.

Non esiste solo il rischio di infettarsi con Sars-Cov2. Ci sono rischi sociali, sanitari ed economici che non possiamo più far finta di non vedere. Rischi che impattano sulla popolazione in maniera diversa, non ultima quella sanitaria stessa. Rischi che si abbattono quasi esclusivamente sulle classi meno abbienti della società.

La vita deve riprendere. L’economia deve riprendersi. Le cure per altre malattie devono poter essere somministrate. I servizi pubblici devono essere garantiti.

Abbiamo elaborato alcune indicazioni per contrastare la crisi nei suoi vari aspetti, per quanto poche di queste siano di competenza regionale:

  1. sostenere la spesa corrente e gli investimenti pubblici in modo da più che compensare sia gli investimenti sia i consumi privati, destinati a languire e crollare;

  2. aggiornare e potenziare l’edilizia scolastica, sia per la messa in sicurezza e recupero degli spazi inagibili, sia per rendere le aule adatte alla gestione dell’epidemia; si pensi ad esempio a strumenti per il ricircolo dell’aria negli spazi chiusi senza dispersione di calore;

  3. produrre e distribuire i principali dispositivi di protezione individuale, che dovranno essere gratuiti per tutta la popolazione;

  4. calmierare i prezzi e rendere gratuiti dove possibile i canoni dei gestori della rete internet, o potenziarla a parità di costo, per garantire il lavoro degli uffici pubblici e la rimanente quota di smart working (che dovrà comunque esaurirsi nel medio periodo) o la didattica a distanza (che si dovrà attivare solo e soltanto in caso di emergenza)

Purtroppo, però l’Italia deve affrontare gravi restrizioni e vincoli nella gestione dei bilanci della P.A., anche quelli regionali, difficoltà che non avrebbe se avesse ancora la sovranità monetaria e la facoltà di stabilire il tasso di interesse sul debito pubblico che aveva prima del processo di avvicinamento all’Unione Europea culminato con l’adesione al Trattato di Maastricht.

I cittadini italiani e il sistema economico nazionale non possono essere protetti dalla Repubblica, perché quest’ultima non è più dotata di sovranità monetaria, e non sono né possono essere protetti dall’Unione Europea, a cui i Trattati vietano intenzionalmente di soccorrere gli Stati assumendone i debiti o anche solo garantendoli (art. 125 TFUE: “no bailout clause”) tramite le regole imposte alla BCE dal quadro istituzionale europeo (art. 13 TUE).

L’Unione Europea non è nata per proteggere i cittadini e la democrazia bensì il mercato unico e la concorrenza, e per promuovere la competizione economica.

L’alternativa è, dunque, piatire aiuti che saranno sicuramente insufficienti, non paragonabili alle somme che saranno utilizzate dagli Stati fuori dall’Eurozona. , Finanziamenti che ci costeranno più di quanto costano agli altri Paesi che hanno sovranità monetaria, per i quali il costo finanziario è nullo.

Alla luce delle osservazioni contenute nei paragrafi precedenti, è chiaro che, ricorrendo alla sedicente “solidarietà europea”, in proporzione alle proprie necessità l’Italia avrà a disposizione meno liquidità rispetto a qualsiasi Stato al mondo dotato di sovranità monetaria, e anche meno di quella spettante ai Paesi UE vincitori della gara indetta a Maastricht. È chiaro perciò che l’Italia non potrà far fronte a tutte le sue necessità, come invece potranno altri Stati dotati di sovranità monetaria (o vincitori della gara europea, Germania in primis), e che sarà sottoposta a condizionalità che se fosse già uscita dall’UE, come ha fatto la Gran Bretagna, non dovrebbe nemmeno prendere in considerazione.

Questo destino si può evitare soltanto recedendo unilateralmente e senza condizioni dal Trattato di Maastricht e violando quindi, se necessario, gli altri Trattati Europei.

Sanità

La Costituzione italiana riconosce e garantisce i diritti fondamentali della persona, ancorché diritti naturali assurti come ”fonte giuridica superiore” e rimuove ogni ostacolo di ordine sociale ed economico per il pieno sviluppo dell’individuo.

L’Articolo 32 della Costituzione richiama la Repubblica alla tutela della salute come fondamentale diritto del singolo e della collettività. Per salute si intende un benessere psicofisico che attenda ad una visione più ampia di diritto: ad un ambiente sano, ad una alimentazione sicura e accessibile a tutti, alle relazioni sociali, all’istruzione, alla cura della persona, all’accesso alle prestazioni mediche e diagnostiche nel rispetto della libertà di cura, ovvero il diritto ad essere curato e il diritto a non essere curato.

L’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione (modifica dell’Articolo 81 della Costituzione avvenuta nel 2012 all’unanimità, quindi senza referendum confermativo) è in conflitto con tutti i principi e le intenzioni che hanno animato l’Assemblea Costituente, e si pone in antitesi radicale dei bisogni dei cittadini. Risulta perfettamente in linea invece con i trattati UE, volti a tutelare unicamente la sostenibilità finanziaria del sistema economico. In questo nuovo quadro la sanità pubblica ha subito tagli tali da rendere inefficace e insufficiente la risposta assistenziale dovuta ai cittadini, depauperando di fatto sia i servizi ospedalieri sia quelli territoriali, subordinando la tutela della salute pubblica a vincoli di spesa decisi da organismi sovranazionali non democratici.

L’imposizione della contrazione della spesa pubblica, attuata tramite maggior tassazione e tagli lineari sui servizi sanitari, ha negato di fatto il diritto alla salute dei cittadini meno abbienti. A nulla sono valsi decenni di avanzo primario, differenza fra le entrate dello Stato e la spesa pubblica, esclusi gli interessi passivi) dimostrando ancora una volta che le politiche di austerità danneggiano l’economia del Paese anche quando pretendono di “risanare i conti pubblici”.

L’Articolo 117 della Costituzione demanda allo Stato la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti sociali che devono essere garantiti sul territorio nazionale, mentre la tutela della salute e l’assistenza sanitaria sono materie di competenza concorrente fra Stato e Regioni.

Con i continui tagli al Fondo Sanitario Nazionale le garanzie riconosciute ai cittadini sono in pericolo. L’applicazione del pareggio di bilancio non permette la continuità di spesa necessaria a mantenere i necessari servizi di assistenza sanitaria.

Le disposizioni governative volte ad imporre la contrazione dei conti pubblici richieste continuamente da organizzazioni sovranazionali quali la Banca Centrale Europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Commissione Europea rappresentano un rischio per la democrazia e la tenuta sociale. Solo riconquistando la piena sovranità politica e monetaria e rifiutando la condizione attuale di colonia asservita a poteri estranei alla Costituzione del 1948, l’Italia potrà decidere autonomamente le proprie priorità sociali e civili, e con esse anche i livelli di spesa sanitaria.

L’osservanza dei principi contabili neoliberali imposti con le riforme europee ha costretto alla chiusura di molti ospedali, destinati ad essere sostituiti da nuove strutture tramite i c.d. “Progetti di finanziamento” (financing project) che consentirebbero l’ingresso nel sistema ospedaliero nazionale del capitale privato, a cui sarebbero così garantite rendite imponenti, a spese della contabilità regionale. Si vedano ad esempio i progetti per la costruzione degli ospedali degli Erzelli a Genova e del nuovo ospedale di La Spezia.. Ci si chiede perché costruire nuovi ospedali, con grande aggravio di spesa, quando si potrebbero riaprire e ristrutturare quelli precedentemente chiusi, realizzando anche un notevole risparmio economico. La riorganizzazione corrente delle strutture sanitarie graverà pesantemente sulle tasche dei cittadini, poiché diminuendo i servizi erogati dal pubblico imporrà il ricorso sempre più diffuso al privato, impattando così sui loro redditi. Intollerabile è poi il cosiddetto regime intramoenia, che sottrae al servizio pubblico gli spazi, gli impianti e persino il personale medico delle strutture pubbliche, consentendo ai medici di impadronirsene per farsi pagare come privati a spese dei cittadini, offrendo quegli stessi servizi per cui i medici sono già pagati dallo Stato, e che il cittadino ha il diritto di ottenere gratuitamente dal SSN.. La discriminazione dei cittadini che non hanno i mezzi economici per ricorrere al regime privato incistatosi parassitariamente all’interno delle strutture pubbliche è plateale ed intollerabile: la salute non è più il fondamentale diritto dell’individuo sancito dall’Articolo 32 della Costituzione.

Riconquistare l’Italia al dettato costituzionale è un atto urgente di responsabilità nazionale.

È necessario rivedere il processo che ha consegnato autonomia programmatoria e organizzativa in campo sanitario alle Regioni, poiché ciò ha prodotto crescenti disparità di accesso al SSN. E’ dovere imperativo della classe politica italiana e primo obiettivo politico di Riconquistare l’Italia fermare lo smantellamento dello Stato sociale in atto tramite le riforme mercatiste imposte direttamente ed indirettamente dall’UE, volte in ultimo alla sostituzione dei servizi pubblici con quelli privati.

Sul piano delle proposte concrete, è necessario ripristinare i servizi di primo intervento presso tutte le comunità in cui essi sono stati sottratti; riorganizzare i servizi ospedalieri e potenziare quelli territoriali, stabilizzando i contratti dei lavoratori precari ed esternalizzati ed assumendone di nuovi per la prevenzione, cura ed assistenza sanitaria, sia residenziale sia domiciliare. Sarà quindi necessario ritornare ai tavoli di confronto politico-sindacale per presentare ai lavoratori contratti degni di essere siglati, che riconoscano i processi formativi a livello professionale ed economico. La società non ha bisogno di eroi ma di professionisti in numero sufficiente da poter affrontare le criticità e le emergenze con la maggior serenità possibile.

La tutela della salute deve tornare ad essere declinata secondo i dettami della Costituzione del 1948, respingendo con forza le politiche neoliberiste dell’UE che antepongono gli interessi del grande capitale privato ai diritti sanciti dalla Costituzione, che è e deve tornare ad essere pienamente l’unica legge fondamentale della Repubblica italiana.

Infrastrutture

RI propone di spostare quanto più possibile il traffico dal trasporto su gomma al trasporto su rotaia, e di mettere in sicurezza tutte le infrastrutture esistenti.

Ferrovie in Liguria – proposte per il miglioramento del servizio

Linea Genova-Ventimiglia: completamento del raddoppio tra Andora e Albenga, e tra Loano e Finale Ligure. Aumento della frequenza dei treni regionali veloci sull’intera tratta ad un treno all’ora tra le 5:00 e le 22:00.

Linea Genova-Acqui Terme: la Valle Stura, che fa parte della Città Metropolitana di Genova, negli ultimi decenni ha vissuto un progressivo degrado delle sue vie di comunicazione, sia verso Genova che verso il Piemonte. Perciò è indispensabile ed improcrastinabile il raddoppio della linea Genova Acqui Terme per tutta la sua tratta. Ne trarrebbero immenso beneficio i collegamenti verso Genova e verso Torino (via Asti) e inoltre, attraverso il raccordo Ovada-Alessandria, la Valle Stura verrebbe collegata in modo efficiente alla direttrice Tortona-Voghera-Milano.

Linea La Spezia-Parma (Pontremolese): completamento del raddoppio tra Berceto e Aulla Lunigiana e tra Parma e Citerna Taro. Ripristino del corridoio Tirreno-Brennero per il traffico merci; ripristino del collegamento viaggiatori Genova-La Spezia-Parma-Bologna con una consistenza non inferiore a tre coppie di treni al giorno.

Linea Cuneo-Ventimiglia: considerata una tra le dieci ferrovie più belle del mondo, questa linea a semplice binario attualmente è percorsa soltanto da due coppie di treni al giorno. È quindi necessario completare l’ammodernamento e il potenziamento della linea, sia per il suo valore turistico, sia per collegare il Ponente Ligure ed il Piemonte alternativo alla sovraccarica linea Savona-Torino.

Nodo di Genova: un problema purtroppo annoso che, nonostante le risorse stanziate per il periodo 2017-2021, non ha ancora trovato soluzione, con conseguenze negative sulla qualità del servizio e gravi disagi per gli utenti. Occorre completare subito i lavori sulle tratte Nervi-Voltri e Brignole-Pontedecimo, e aumentare la frequenza dei convogli ad un treno ogni 15 minuti nei giorni lavorativi, e ad uno ogni 45 minuti nei giorni festivi.

Tariffe: nel periodo 2010-2016 in Liguria le tariffe dei treni regionali sono aumentate del 41.24%, mentre nello stesso periodo l’inflazione non è stata superiore al 7%. A fronte di tale fortissimo aggravio dei costi reali per gli utenti, si è avuta una diminuzione del servizio del 13.8% (fonte: Legambiente-Pendolaria 2016). Si ritiene perciò equa una diminuzione dei prezzi dei biglietti e degli abbonamenti regionali non inferiore al 20%.

Secondo Riconquistare l’Italia La Gronda non serve. Se non saremo noi a governare e l’opera verrà realizzata, sosteniamo che almeno essa sia realizzata da maestranze liguri, e che sia gestita dal servizio pubblico.

Turismo

Il turismo ha assunto, negli ultimi 30 anni, un’importanza preminente tra le voci economiche della Liguria, specialmente dopo il drastico ridimensionamento del settore secondario negli anni ’90. Fermo restando che non si può fare affidamento solo su questo settore economico per sostenere una popolazione di 1 milione e mezzo di abitanti, l’ente Regione Liguria può attuare le seguenti iniziative per incentivare e migliorare il turismo:

  • sostenere investimenti nel trasporto pubblico, in quanto i visitatori devono potersi spostare facilmente ed autonomamente sul territorio;

  • guidare gradualmente il turismo di massa verso il turismo diffuso, promuovendo il movimento dei visitatori verso aree meno note di spiccato interesse storico e paesaggistico, sia delle città principali sia dei centri minori; in particolare meritano di essere promossi i Parchi Regionali e comuni storici al di fuori delle aree parco;

  • creare la carta unica regionale del turismo, una carta cumulativa che consenta di accedere ai trasporti pubblici ed a tutte le aree di interesse (musei, monumenti ed altre attrazioni turistiche) in ambito regionale;

  • investire nei restauri delle aree storiche e dei sentieri escursionistici;

  • eliminare lo sfruttamento del lavoro: il lavoro deve sempre essere remunerato equamente. Le figure di alta qualifica professionale non dovrebbero lavorare soltanto come autonomi, dovrebbe essere previsto un piano straordinario regionale di assunzioni per archeologi, archivisti, bibliotecari, guide turistiche e ambientali e accompagnatori, proporzionatamente alle possibilità economiche della Regione.

Emigrazione

La Liguria è antica terra di emigrazione. Dalla Liguria, a partire dal XIX secolo, ancora prima dell’Unità d’Italia, sono emigrate, ad ondate periodiche, centinaia di migliaia di persone che hanno fondato importanti comunità all’estero. Attualmente la presenza dei discendenti liguri nel mondo è capillare: ci sono comunità di origine ligure in Nord America, in Sud America, in Australia e nell’intera Europa. I discendenti di quegli emigranti hanno conservato un legame antico con la loro terra di origine e, pur essendo stabilmente integrati nei Paesi che li hanno accolti, mantengono un forte interesse culturale, economico, linguistico ed affettivo con la Liguria. Riconquistare l’Italia vuole valorizzare questo legame partendo proprio dalle comunità estere, promuovendo iniziative (specie di natura economica) che possano contribuire a valorizzare il prestigio all’estero dei prodotti della Liguria., Questo potrà facilitare la riscoperta del nostro territorio da parte delle seconde generazioni, suscitando il desiderio di visitare la nostra (e loro) bellissima Regione. e magari promuovervi degli investimenti, o semplicemente farvi ritorno. Per fare questo RI intende innanzi tutto incentivare l’ascolto delle comunità liguri all’estero nella sede istituzionale che è loro propria, la Consulta Regionale per l’emigrazione, riallacciando il rapporto diretto con i rappresentanti dei nostri connazionali nati e cresciuti all’estero. Capire quali sono le reali esigenze delle comunità liguri sparse nel Mondo ci aiuterà a meglio indirizzare le risorse da destinarsi a specifici programmi scolastici, culturali ed economici. e. RI vuole inoltre promuovere un legame permanente con i cittadini liguri iscritti all’anagrafe dei residenti esteri (AIRE). Attualmente la Liguria conta quasi 150.000 concittadini iscritti all’AIRE: è il risultato dell’emigrazione recente, quella di chi è nato nella nostra regione e che per le ragioni più disparate ha potuto o dovuto andare via. RI propone di coinvolgere attivamente gli iscritti all’AIRE in progetti che consentano a chi sia stato costretto ad emigrare per ragioni di difficoltà economica di rientrare mediante appositi bandi di sostegno, e a chi invece non verta in tali condizioni di difficoltà ma sia ad esempio interessato a reinvestire in Liguria, di farlo con progetti a ciò dedicati. L’emigrazione ligure da tempo non è più e non solo il “ma se ghe pensu”. È ora di guardare ai nostri concittadini ed ai loro discendenti esteri in modo totalmente nuovo.

Fondi europei: risorsa o problema?

In questo periodo si parla spesso dell’utilizzo dei fondi europei per supplire ai mancati trasferimenti da cui lo Stato si è progressivamente svincolato negli ultimi anni. Trasferimenti sempre più ridotti anche per via del folle perseguimento dell’autonomia differenziata, anche per Regioni in deficit strutturale come la nostra Liguria. Anche qui, il decisionismo senza risorse è un facile bersaglio della propaganda, che purtroppo ottiene solo effetti nefasti, destinati a diventare cronici con il passare delle legislature.

In queste condizioni i fondi europei, erogati direttamente agli enti locali senza la possibilità di una programmazione strategica nazionale, sono una risorsa sempre più importante nel bilancio regionale.

Ovviamente, viste le condizioni attuali e senza la possibilità di attuare una politica monetaria ed economica nazionale, anche Riconquistare l’Italia è favorevole a rendere più efficiente la gestione dei fondi e dei bandi con cui essi si richiedono, per quanto la Liguria sia già una delle Regioni più efficienti d’Italia nel reperire i fondi europei sono ancora possibili importanti miglioramenti. Soprattutto è essenziale scegliere con cura che tipo di finanziamenti accettare, per poi non doversi ritrovare con pesanti condizionalità da onorare.

In sintesi, sperare di far partire l’economia regionale tramite i fondi europei è un’utopia. La UE non ci regala niente: visto che siamo contributori netti l’intero importo dei fondi europei proviene dai nostri stessi contributi italiani al bilancio europeo. Non solo, per poter utilizzare i nostri stessi soldi dobbiamo sopportare talmente tanti vincoli che spesso essi risultano inutilizzabili, e comunque non rispondenti ai bisogni del territorio.

I fondi europei vengono infatti erogati tramite bandi competitivi complessi, di difficile accesso e compilazione per le PMI, e solo in determinati settori di produzione e aree di sviluppo. Quindi non si possono usare per aiutare tutte le imprese in difficoltà, ma solo quelle che entrano nel programma. Inoltre spesso i bandi vengono vinti da progetti presentati da imprese medio-grandi, di respiro internazionale, già in grado di competere sui mercati internazionali con le loro forze. Sono cioè sostegni all’investimento capitalista, più che aiuti pubblici. Ricordiamo infatti che dentro Maastricht vige il divieto degli aiuti di stato, al fine di proteggere il regime di concorrenza europeo.

Inoltre, una volta ottenuti i fondi, bisogna sovvenzionare con fondi propri il progetto tramite cofinanziamento. È questa la causa più frequente del mancato utilizzo sui fondi europei, mai illustrata nelle annose polemiche fra i partiti maggiori. Infine i fondi europei impongono forti condizionalità che vincolano l’ente locale a quelle voci di spesa per molti anni, anche quando le necessità del territorio fossero cambiate. Cosa comune nella nostra regione, si pensi ad esempio al dissesto idrogeologico e ai suoi imprevedibili effetti. Spesso infatti la burocrazia che sovrasta questi fondi impedisce di riallocare la spesa dove ce ne sia più bisogno.

Commercio

La materia del commercio è purtroppo da ormai diversi anni esclusivo appannaggio della Commissione Europea, che con una direttiva ad hoc del Consiglio Europeo e successivamente del Parlamento Europeo è delegata a trattare tutta la materia riguardante il commercio, non soltanto quello interno ma anche quello estero. La Regione non ha quindi competenze sui commerci, come del resto non le ha più nemmeno il governo nazionale..

A tal fine si sta sviluppando un sistema di accordi bilaterali tra l’Unione Europea ed altre aree del mondo, alcuni ancora in fase di trattativa come il T.T.I.P. (intesa transatlantica sul commercio e gli investimenti) tra U.S.A. ed U.E., oppure quello più ampio e generale del T.I.S.A. (accordo sul mercato dei servizi)o l’accordo sul riso con il Vietnam, altri già in vigore come il C.E.T.A. (gemello del T.T.I.P. siglato fra UE e Canada) quello con la Corea ed il Giappone, nonché quello con il Mercosur (mercato unico dei paesi del Sud America).

Questo sistema è stato inaugurato dagli U.S.A. con il N.A.F.T.A (accordo di libero scambio del Nord America) nel 1994. Si tratta di un trattato di libero scambio fra Stati Uniti, Canada e Messico, ma esso ha un modello ispiratore che lo ha preceduto di due anni: l’Unione Europea.

Questi trattati sono di fatto delle trappole che privano gli Stati di grandi parti di potere decisionale in svariate materie fondamentali, dall’ambiente all’energia, dall’istruzione al turismo, dal commercio alla sicurezza alimentare a quella sul lavoro, e altre ancora.

Venendo alla Liguria, la nostra regione vanta numerose eccellenze agroalimentari. La più conosciuta è il pesto alla genovese, basata su altre due eccellenze agroalimentari liguri , il basilico e l’olio extravergine d’oliva.

Le nostre eccellenze agroalimentari subiscono danni ingenti dovuti alla pirateria agroalimentare, di cui sono protagonisti U.S.A., Canada, Brasile, Argentina ed Uruguay, responsabili di un danno all’economia italiana di circa 76 milioni di euro.

Attraverso questi trattati i Paesi contraffattori mirano ad abbattere le “barriere non tariffarie” che ostacolano il libero commercio dei prodotti contraffatti, superando anche le attuali norme internazionali che identificano e proteggono i nostri prodotti.

Un grande numero di I.G.P. ( Indicazione Geografica Protetta) e D.O.P. (Denominazione di Origine Protetta) perderebbe la tutela commerciale, non solo all’estero ma anche in Italia, tutela che sarebbe riservata solo a pochissime denominazioni paragonabili per notorietà e volumi economici a brand commerciali di grandi multinazionale, un pugno di realtà geografiche in tutta Europa, delle quali nessuna ricade in Liguria

In un mercato totalmente deregolamentato, che è l’obiettivo prioritario delle multinazionali, il nostro prodotto sarebbe completamente distrutto da una concorrenza feroce sul prezzo. Anche sul nostro mercato potrebbe comparire così un prodotto etichettato “pesto alla genovese” fatto con basilico della Polonia, olio d’oliva del Marocco e pinoli dalla Francia.

Il danno per la nostra economia regionale sarebbe di proporzioni enormi.

Altri gravi danni potrebbero essere causati dall’autorizzazione al commercio di prodotti contenenti O.G.M. (organismi geneticamente modificati), carni ottenute da capi trattati con ormoni, pesticidi e altri trattamenti che oggi sono vietati dalle normative nazionali, che verrebbero disattivate

Per dirimere le controversie si attiverebbe poi un sistema chiamato I.S.D.S (dispositivo per le controversie fra investitore e stato), che toglierebbe la competenza ai Tribunali della Repubblica per i commerci coperti dal Trattato, e che consentirebbero agli investitori stranieri di fare causa agli Stati da cui esse ritenessero di essere danneggiati economicamente anche solo per aver emesso disposizioni e leggi a loro sfavorevoli. Questo sistema si applica non solo agli Stati ma anche a tutti gli enti locali, comprese le Regioni.

Dunque anche in ambito commerciale la massima minaccia per gli interessi della Liguria proviene dalla sfera sovranazionale.

I governi italiani, sia di destra sia di sinistra, poiché tutti europeisti non pongono alcuna attenzione a questi problemi e appoggiano passivamente questo tipo di trattati che vengono condotti dalla Commissione Europea in assoluta segretezza, escludendo non solo le associazioni di categoria, ed i sindacati dalle trattative ma persino i Parlamenti nazionali e lo stesso Parlamento Europeo, mentre le maggiori multinazionali sono presenti al tavolo dei negoziati. La Regione può incidere in maniera significativa su questa situazione, attuando una costante e forte pressione sul Parlamento affinché questi trattati, attualmente in stallo ma niente affatto abbandonati, siano contrastati quanto possibile in fase di trattativa presso l’Unione Europea, e soprattutto non siano ratificati dal nostro Parlamento, salvaguardando così gli interessi italiani e quelli liguri in particolare.

Per quanto riguarda le politiche dirette, la Regione, pur con le limitate competenze che si sono dette, può comunque adottare una politica commerciale che sostenga il commercio equo e solidale attraverso l’incentivazione delle coltivazioni, allevamenti e produzioni biologiche, la proibizione di allevamenti intensivi di animali, la messa al bando di pesticidi ed O.G.M., e la spinta verso un circuito commerciale di prossimità (cosiddetto “chilometro zero”) che favorirebbe anche il piccolo commercio.

Altro fattore importante è la possibilità di limitare l’invadenza dei grandi centri commerciali e dei supermercati, favorendo la piccola e media impresa locale e difendendo la produzione delle eccellenze agro-alimentari regionali.

Importante è pure la difesa dell’artigianato, in particolare delle attività più tipiche della nostra regione, favorendo la rinascita di professionalità ormai quasi abbandonate poiché incompatibili con il sistema competitivo di mercato, ma di grande valore culturale ed economico.

Una citazione particolare merita il tema delle farmacie. Deve essere favorita, per quanto possibile da un punto di vista sanitario, la diffusione dei farmici equivalenti garantendo maggiori sgravi fiscali alle farmacie che li trattano maggiormente. È contemporaneamente necessario bloccare l’importazione dei farmaci equivalenti dai Paesi che non offrono sufficienti garanzie circa il rispetto dei protocolli igienico sanitari di produzione. La speculazione delle grandi imprese farmaceutiche deve cioè essere prevenuta, anche creando un’azienda regionale sanitaria per la produzione industriale e la fornitura di materiale sanitario e medicinali equivalenti ad ospedali, A.S.L. e farmacie. Questa misura creerebbe anche nuovi posti di lavoro stabili e adeguatamente remunerati, sostenendo l’economia della regione.

Tributi

La progressività fiscale sancita dall’Articolo 53 della Costituzione è il principio cardine a cui ispirare le politiche tributarie della Regione. È grazie al recupero di questo riferimento che si può dare un futuro al Paese, ricostruendo lo stato sociale. Nel disporsi a questa fondamentale opera di riforma è necessario superare gli opportunismi tipici del sistema di falsa contrapposizione fra destra e sinistra della seconda repubblica, e recuperare la necessaria attenzione alle diverse necessità del Ponente e del Levante della regione, che presentano caratteristiche ambientali, economiche e culturali peculiari.

Tenuto conto dei problemi generati dal modello federalista introdotto dalla riforma del Titolo V della Costituzione nel 2001 e dal riordino in direzione aziendalista e privatista del SSN, riteniamo che debba essere prestata particolare attenzione al riordino del comparto della finanza pubblica decentrata che comprende:

· il sistema dei tributi;

· il sistema sanitario;

· il sostegno all’economia.

L’influenza di questi sistemi sul piano sociale è decisivo per consentire ai cittadini una vita dignitosa, garantendo migliori opportunità di vita in un contesto di democraticità sostanziale delle istituzioni pubbliche. I partiti popolari devono essere sottratti all’influenza degli interessi privati per tornare ad assolvere il fondamentale ruolo istituzionale loro assegnato dalla Costituzione

Le Regioni hanno uno spazio di manovra limitato sulla leva fiscale, dovendo determinare le proprie aliquote entro il perimetro definito dalle Leggi cornice dello Stato. Possono intervenire infatti solo per differenziare le caratteristiche dei soggetti passivi di imposta. I margini effettivi per l’intervento regionale sul finanziamento del SSN sono praticamente nulli, poiché prevale uno schema di finanziamento derivato, e quindi centralizzato, affiancato dal controllo del governo centrale sui livelli di assistenza fornita agli utenti. Non essendovi oggi le premesse di sistema nazionale ed europeo per aumentare come sarebbe necessario le disponibilità finanziarie del SSN, in un’ottica passiva di ottimizzazione delle risorse disponibili è fondamentale lavorare sulla collaborazione del personale medico ed infermieristico per l’individuazione delle pratiche sanitarie ottimali. L’individuazione degli sprechi, da considerarsi sempre eventuali e mai presupposti come certi a priori, non deve essere effettuata partendo da principi di bilancio astratti, bensì dalle esigenze concrete dei pazienti e dei lavoratori del sistema sanitario.

Il sistema della detrazioni Irpef per le spese sanitarie

Nella prospettiva di restituire autonomia gestionale alle singole Aziende Sanitarie Locali – ora sotto l’egida di A.Li.Sa – osservare statisticamente il dato delle prestazioni diagnostico-terapeutiche di valore negativo (di poco risultato, ma di spendita di risorse) nel segmento di quelle detraibili dal fisco, varrebbe sia in termini di bilancio, ma soprattutto di bilancio sociale, alla stregua dell’assoggettamento o di esenzione dal ticket. A parità di reddito del soggetto si consentirebbe quindi un miglior ritorno in termini di salute, applicando così un principio più universalistico seppur volto alle politiche fiscali locali,

La riforma della disciplina delle entrate tributarie delle Regioni a statuto ordinario è stata rimodulata più volte tramite diversi interventi legislativi (i principali sono stati la Legge delega sul Federalismo fiscale 42/2009 e il D.L. 68/2011), fino al D.L. 124/2019 che ha rinviato al 2021 l’entrata in vigore dei nuovi meccanismi regionali relativi ai LEA (livelli essenziali di assistenza sanitaria) e ai LEP (livelli essenziali delle prestazioni). Si tratta in realtà di tentativi sempre più affannosi di evitare il manifestarsi dei profondi squilibri di sistema causati dalla già ricordata riforma costituzionale del 2001 che ha interessato il Titolo V della Costituzione.

Sarebbe utile introdurre un meccanismo particolare nel definire l’attribuzione della compartecipazione all’IVA. Si tratta della principale fonte di finanziamento delle spese sanitarie, che può essere destinato liberamente qualora eccedente rispetto al fabbisogno (c.d. IVA non sanitaria), secondo il principio della territorialità che tiene conto del luogo di consumo del bene, ovvero il luogo in cui avviene la cessione del bene stesso.

Sanità e sociale

Partendo dalla nota ed abusata retorica dell’insostenibilità del finanziamento pubblico, la L. 502/1992 ha orientato anche la tutela della salute pubblica al regime del libero mercato concorrenziale. Questo approccio ideologico si è manifestato nell’aziendalizzazione degli Ospedali e delle USL, e demandando alle Regioni sia la responsabilità politica rispetto al soddisfacimento dei bisogni sanitari dei cittadini, sia la gestione dei bilanci delle aziende e degli enti pubblici coinvolti. Bilanci regionali che, dal 2001, fondano l’autofinanziamento sulle imposte dirette (addizionale IRPEF, IRAP, tassa regionale per il diritto allo studio universitario e tassa automobilistica) e indirette (compartecipazione regionale all’IVA e addizionale regionale accisa gas naturale). Semplificando, la compartecipazione all’IVA ha di fatto sostituito il FSN (fondo sanitario nazionale), passando così da un sistema di trasferimenti specifici ad uno basato sulla compartecipazioni di tributi erariali senza vincoli di destinazione. Si tratta di un nuovo assetto imposto dal Patto di Stabilità Europeo, che tutela la necessità del governo centrale di rispettare i vincoli di bilancio stabiliti dal Trattato di Maastricht, ma che scarica sulle Regioni e sui Comuni la larga parte del peso finanziario di tali vincoli, aprendo un conflitto fra istituzioni centrali e periferiche dello Stato che è tenuto nascosto solo dall’omertà di una classe politica locale che non informa la cittadinanza sulle vere cause di tensioni finanziarie sempre più gravi.

Riconquistare l’Italia si chiede quindi come sia possibile conciliare l’interesse di tutti i cittadini italiani, quindi anche di quelli liguri a vedere garantito un uguale livello di trattamento sanitario (di cui i LEA sono solo un’ingannevole surrogato) con il federalismo fiscale, specie se si eliminano i trasferimenti di tipo specifico o vincolato. Risulta evidente come il sistema basato sugli standard sanitari nazionali è in vistoso conflitto con il principio federalista . Ad aggravare una situazione già insostenibile giunge anche la decisione della Giunta uscente di creare la sovrastruttura regionale A.li.sa, finanziariamente onerosa, giustificata con soluzioni di marketing politico quali il Libro Bianco e gli slogan sulla condivisione territoriale e l’efficientamento della qualità dei servizi, fino alla promessa dell’azzeramento del disavanzo regionale entro il 2020.

Due le nostre proposte da attuare immediatamente:

1. mitigare la concorrenza tra sanità pubblica e privata;

2. organizzare il contributo attivo del personale sanitario nella definizione dei servizi e delle prestazioni sanitarie ottimali.

A.Li.Sa deve perciò lasciare il dovuto spazio sia nella gestione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche, sia nella emissione dei comunicati stampa alla professionalità del personale sanitario

È prioritaria volontà politica di Riconquistare l’Italia quella di ridare respiro alle politiche occupazionali, il cui prolungato blocco degli ultimi decenni ha causato la migrazione delle eccellenti professionalità sanitarie della Liguria prima verso altre regioni italiane e poi verso altri Paesi del mondo. L’emergenza causata dall’epidemia di Covid-19 ha messo a nudo le debolezze di un sistema ormai strutturalmente compromesso. Su tutti, la gestione della medicina territoriale, che l’emergenza ha visto isolata e disgiunta dalle Comunità e dagli Ospedali. Abbiamo così oggi l’occasione di avviare diverse specializzazioni sanitarie: una teorico universitaria, una tutoriale presso i Medici di Medicina Generale MMG ed una di pratica “finita”, con l’obiettivo di mutare lo status attuale di liberi professionisti portando queste figure ad essere integrate nel SSN come dipendenti diretti del Ministero della Salute. Si prevede perciò un contratto che stabilisca un’attività minima predeterminata, ripartita tra ambulatorio e assistenza domiciliare, ma che ossequi la loro condizione libero-professionale, nell’attuale organizzazione autonoma.

Casa

L’articolo 42 della Costituzione sancisce un principio chiaro: la legge dello Stato deve assicurare la funzione sociale della proprietà privata e fare in modo che essa sia accessibile a tutti. Tuttavia l’adesione all’Unione Europea non permette di rendere effettivo questo principio. La progressiva riduzione dello stato sociale non dipende solamente dalle politiche di austerità, ma anche dalla stessa fisionomia dei trattati comunitari. Infatti, la sovvenzione pubblica alle politiche abitative rischia di essere considerata dall’UE come un aiuto di stato. Per evitare ciò il Governo ha emanato un decreto che giustifica tali aiuti attraverso il richiamo alla funzione sociale. Tuttavia la definizione adottata dal decreto restringe l’azione statale ai soli alloggi “in locazione permanente”, impedendo così l’attuazione di politiche pubbliche volte a rendere accessibile a tutti la proprietà della casa.

Nonostante i limiti tracciati dai vincoli esterni, è dunque necessario che la politica torni ad essere un attore principale in materia di edilizia popolare ed agisca il più possibile per risolvere il problema abitativo, problema già grave che sarà certamente peggiorato dalla crisi post Covid-19.

Incrementare gli alloggi popolari

E’ opportuno che la Regione Liguria aumenti il patrimonio di alloggi popolari, per smaltire le liste di attesa e garantire il diritto alla casa. Sarà importante intervenire sugli edifici pubblici in disuso, per evitare il consumo di suolo. In più, è necessario bloccare i piani di dismissione draconiani che sono stati portati avanti dalle ultime amministrazioni. Oggi vengono infatti venduti sul mercato alloggi popolari – gli ultimi sono stati quindici alloggi appartenenti ad Arte Genova – con la promessa di usare il ricavato per recuperare il patrimonio sfitto. In realtà invece spesso si destina il ricavato alla copertura dei disavanzi, mentre poco viene dato al recupero del patrimonio. Oppure si usa il patrimonio dell’Arte (Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia) per fare delle “operazioni d’impresa” per diminuire i debiti di altre amministrazioni, esponendo il bilancio dell’ente a un indebitamento con il sistema creditizio privato, distraendo i beni degli enti “Arte” dagli obiettivi sociali loro propri.

Evitare di sussidiare la rendita fondiaria

Negli ultimi anni la Regione si è orientata verso il sussidio degli affitti in edilizia privata, politica recentemente confermata dai fondi destinati per l’emergenza Covid-19. Nonostante riconosciamo che siano un valido aiuto per le famiglie in difficoltà, spesso il sussidio si trasforma in sostegno indiretto al mercato immobiliare in sofferenza. Si favorisce così la rendita immobiliare, perché i canoni rimangono a prezzi alti (anche tramite il mantenimento di edifici sfitti e operazioni immobiliari azzardate) e si sussidiano, in ultima istanza, i grandi proprietari e i costruttori. Il problema richiederebbe un ripensamento generale della disciplina delle locazioni urbane attraverso un intervento nazionale, ma la Regione dovrebbe tenere conto di queste problematiche nell’implementare le sue politiche abitative.

Trasparenza e gestione pubblica degli enti “Arte”

Le quattro aziende di gestione del patrimonio abitativo pubblico devono essere gestite secondo criteri di trasparenza e oculatezza, evitando le politiche speculative finalizzate ad abbuonare i debiti di altre amministrazioni. Si ripenserà il ruolo di controllo del Consiglio Regionale e degli enti locali, proponendo un nuovo Statuto che renda più democratica l’amministrazione e l’Arte meno dipendente in maniera assoluta dalla Giunta.

Istruzione e formazione professionale

L’obiettivo programmatico generale di Riconquistare l’Italia in tema di istruzione è la restaurazione della centralità della scuola pubblica, sia come luogo di formazione del cittadino sia come luogo di sviluppo di conoscenze teoriche di alto livello e di capacità pratiche connesse all’attività produttiva.

Riteniamo che la cosiddetta autonomia delle istituzioni scolastiche, introdotta da ormai vent’anni, sia la causa principale dell’incapacità del nostro sistema scolastico di garantire almeno i livelli essenziali del diritto all’istruzione. Messe in competizione tra loro dall’autonomia, le istituzioni scolastiche si sono sforzate di attrarre gli studenti, ora considerati alla stregua di clienti, marginalizzando la didattica dedicata alle conoscenze scientifiche e culturali, sostituita progressivamente con attività spesso improvvisate e prive di una efficace ricaduta sugli apprendimenti. Ne è seguito così un grave scadimento della scuola pubblica. La progettualità ispirata dalla UE contribuisce poi a creare un ambiente scolastico sempre più estraneo alla cultura italiana e sempre meno resistente alla colonizzazione da parte dell’industria culturale anglosassone. Infine i tagli alle risorse hanno compromesso il patrimonio immobiliare della scuola, che si presenta a volte inadeguato ai requisiti minimi di sicurezza e quasi sempre degradato sotto il profilo funzionale ed estetico. Con l’introduzione del decreto 61/2017 e la costituzione di una “rete nazionale delle scuole professionali” vengono messi in un unico confuso calderone pubblico e privato, regionale e statale, con il solo scopo di addestrare una manovalanza in serie, fornita di nozioni minime e competenze immediatamente spendibili nel mondo del precariato. Risulta così del tutto assente l’obiettivo di formare cittadini consapevoli, capaci di affrontare in modo trasversale la complessità sempre crescente della nostra società. L’istruzione professionale, che è l’indirizzo più problematico del sistema scolastico, con la maggior parte di studenti svantaggiati, e che richiede attenzione particolare verso saperi emancipanti, è stata ulteriormente depotenziata ed indebolita, diventando un corpo separato dal resto del sistema scolastico nazionale. In attesa dell’abrogazione della legge 107 (riforma Moratti) e, soprattutto, della modifica dell’art. 117 della Costituzione, è necessario contrastare radicalmente la legislazione nazionale, per scardinare la tendenza alla privatizzazione, dequalificazione e descolarizzazione dell’istruzione e formazione professionale. La Regione deve affermare il proprio diritto ad attenersi a rispettare gli articoli 33 e 34 della Costituzione, rendendo pienamente pubblico il servizio, escludendo la gestione privatistica ed i finanziamenti ad essa destinati, e concordando con lo Stato standard, risorse, modalità di amministrazione e dotazioni organiche statali stabili. Parallelamente si è andato radicando in maniera sempre più capillare il mercato liberalizzato della formazione professionale. Sulla base del falso presupposto che lo status di disoccupazione o di sotto-occupazione sia dovuto ad una mancanza di competenze del privato cittadino ogni anno viene investita una ingente quantità di fondi in corsi di formazione, sia per occupati che per disoccupati, spesso di dubbia utilità.. La liberalizzazione ha fatto sì che a sempre più enti (la maggior parte di natura privata) vengano distribuiti fondi pubblici (per metà regionali, per metà in cofinanziamento europeo) per l’organizzazione di corsi di formazione professionali sulla cui efficacia non viene condotto alcun controllo efficace da parte dell’ente regionale. Proponiamo quindi di incrementare le risorse per la realizzazione del Diritto alla Studio, indirizzandole verso le scuole pubbliche e comunali.

Particolare attenzione deve essere dedicata al sostegno degli studenti attraverso borse di studio, gratuità di trasporti, mense e libri. Tenuto conto del fatto che la legislazione regionale è concorrente con quella statale in tema di istruzione e che la stessa è determinante in tema di istruzione e formazione professionale, Riconquistare l’Italia opererà:

1. per la riqualificazione scientifica e culturale delle scuole.

A tale fine sarà necessario:

a) servirsi degli strumenti di indagine sui risultati scolastici già esistenti ed eventualmente metterne in atto di nuovi per accertare i risultati dell’attività didattica, riservando le scelte di metodo all’autonomia delle scuole e alla libertà didattica degli insegnanti;

b) favorire la riqualificazione scientifica e culturale del corpo docenti tramite aggiornamenti scientificamente qualificati;

c) impedire che l’innovazione didattica e l’inclusione avvengano a detrimento del livello degli obiettivi didattici; d) connettere la scuola non tanto con il territorio inteso come uno spazio inerte, ma con quanto il territorio offre di culturalmente e scientificamente valido;

2. per ricollocare i diritti e i doveri di cittadinanza richiamati dalla Costituzione al vertice degli obiettivi formativi della scuola;

3. per la messa in sicurezza degli edifici scolastici e della loro riqualificazione funzionale ed estetica, strutturando un serio piano di ristrutturazione e manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici;

4. per garantire, mediante un piano di dimensionamento scolastico, adeguati presidi scolastici, abbandonando quella logica dei tagli che ha contribuito a creare mega-strutture scolastiche dispersive, con bacini di utenza enormi e classi sovraffollate, rendendo difficile una efficace offerta formativa e aumentando il pendolarismo, i cui costi ricadono sul bilancio regionale;

5. per potenziare e incrementare i servizi all’infanzia: è necessario fermare l’emorragia di finanziamenti verso le strutture private e privilegiare il servizio pubblico.

Per quanto riguarda invece la formazione professionale, si rileva che ad oggi la gran parte della formazione è finanziata tramite bandi europei cofinanziati dalle Regioni. Per Riconquistare l’Italia è necessario che nelle iniziative di formazione la Regione recuperi autonomia, raccordandosi con il territorio che esprime i veri interessi nazionali. Per raggiungere questo obiettivo Riconquistare l’Italia si propone di istituire la verifica regionale del raggiungimento del risultato minimo dei corsi professionalizzanti privati e pubblici; inoltre punta all’ampliamento dell’offerta dei corsi professionalizzanti erogati da enti di diritto pubblico, con particolare enfasi sul rinforzo delle competenze di base legate alla cittadinanza.

Agricoltura

La prima emergenza per l’agricoltura in Liguria, similmente a quanto sottolineato per il contesto ambientale, è la lotta alle parassitosi. In particolare la Regione Liguria deve stanziare fondi per promuovere la ricerca scientifica sulla lotta biologica contro la cimice asiatica (Halyomorpha halys) e contro l’acaro Varroa destructor e il calabrone asiatico (Vespa velutina) che minacciano gravemente l’apicoltura; peraltro la regione deve stanziare fondi specifici per l’incentivazione dell’apicoltura sul territorio, date le gravi minacce che le api (elemento fondamentale degli ecosistemi nostrani) stanno affrontando in questi ultimi anni. Occorre monitorare il possibile arrivo della Xylella fastidiosa, parassita dell’olivo, proveniente sia dal sud Italia sia dalla Provenza francese, ponendo quindi particolare attenzione all’area di Imperia. La lotta biologica deve essere diretta anche contro il cinipide del castagno (Dryocosmus kuriphilus).

Gli incentivi che la Regione può riconoscere alle aziende agricole devono seguire un programma organico e non possono essere distribuiti “a pioggia”; l’assessorato coinvolto deve elaborare progetti specifici per le specifiche realtà economico-territoriali.

L’occupazione nel settore deve il più possibile essere basata su rapporti di contratto a tempo indeterminato, ad eccezione dei casi di stagionalità.

La Regione Liguria deve promuovere un sistema di “marchio territoriale unico”, in grado di mettere in contatto il settore agroalimentare e quello turistico, al fine di presentare in modo unitario e organico i prodotti e i servizi della regione. Le imprese sul territorio potranno accedere al marchio territoriale unico sia per la produzione di beni sia per l’erogazione di servizi. Idealmente tale progetto può essere attivato partendo da dei progetti pilota (uno per ogni provincia della regione) in grado di verificare l’effettiva redditività dell’iniziativa e di ovviare ad eventuali malfunzionamenti dei progetti di fruizione turistica.

Ambiente

Le parassitori e le specie aliene

Come già detto parlando dell’agricoltura, un problema prioritario da affrontare per la tutela dell’ambiente naturale ligure è la lotta alle diverse parassitosi: si va dalla cimice asiatica (Halyomorpha halys) la Vespa velutina il Varroa destructor che minacciano l’apicoltura sul territorio, al cinipide del castagno. Contro queste parassitosi è fondamentale stanziare fondi destinati alla lotta diretta, con le metodologie già adottate, e alla ricerca dedicata all’eventuale contrasto biologico dei parassiti. La Regione Liguria si deve dotare di un piano di lotta alle parassitosi dotato di un orizzonte di non meno di 5-10 anni. . È importante monitorare l’avvicinamento delle parassitosi dell’olivo come la Xylella fastidiosa. La flora e la fauna regionali patiscono da molti decenni l’introduzione di specie aliene, sia vegetali quali la Robinia e l’Ailanto, sia animali come la nutria o gli stessi parassiti alieni già visti. La lotta alle specie aliene invadenti deve essere considerata una priorità dell’azione ambientale ligure. Riprendere il controllo delle frontiere e monitorarne le merci in arrivo diviene per questo motivo un paradigma irrinunciabile.

I rimboschimenti e la lotta antincendio

È necessario attivare progetti di rimboschimento nelle aree territoriali degradate sia dagli incendi sia dalle altre forme di incuria; tali rimboschimenti devono essere effettuate introducendo boschi di latifoglie, rispettando le successioni ecologiche fino a produrre il necessario climax. È pertanto necessario che la Regione Liguria si impegni a far coltivare nei vivai i relativi arbusti “preparatori” (erica, ginestra, corbezzolo). Naturalmente la maniera più efficace per combattere il fuoco e i suoi effetti è intervenire tempestivamente sul luogo dell’incendio, per cui è importante investire in personale e mezzi. La Regione Liguria deve infine sensibilizzare il Governo e il Parlamento perché a livello nazionale si aumentino significativamente i controlli e le pene per chi appicca incendi sia dolosi sia colposi.

La lotta al dissesto idrogeologico

Inutile ricordare che il territorio ligure soffre di gravi forme di dissesto idrogeologico, dovute soprattutto alla natura montuosa e scoscesa del territorio. Per realizzare il consolidamento dei versanti che minacciano frane occorre privilegiare l’utilizzo delle tecniche di Ingegneria Naturalistica (ultimamente detta anche Ingegneria Forestale) attraverso la realizzazione di palificate, fascinate, gabbionate o viminate. Affinché sia efficace, l’intervento di ingegneria naturalistica deve rispettare le successioni ecologiche e rispettare i climax. Per il consolidamento dei fondi dei corsi d’acqua è preferibile puntare alla realizzazione di scogliere naturali più che all’utilizzo di materiale cementizio, il cui uso deve essere in ogni caso minimizzato.

Le discariche abusive

Occorre individuare i siti di discariche abusive e bonificarli, con speciale attenzione alle discariche vicine ai sentieri dei maggiori centri abitati, che sono più facili da individuare. Anche in questo caso occorre che a livello nazionale si aumentino significativamente le pene. La regione deve promuovere progetti di raccolta di rifiuti dai fondali marini, e non solo di quelli ricadenti presso le aree costiere protette.

Le aree protette

È necessario sostenere la promozione del Parco Naturale Regionale di Portofino a livello di Parco Nazionale . È corretto promuovere eventuali estensioni territoriali delle aree protette regionali esistenti; tuttavia è prioritario difendere le aree naturali che non ricadono in aree protette, in particolar modo tramite le già viste lotte alle parassitosi, al dissesto idrogeologico e alla piaga degli incendi, perché comunque sia la maggior parte del territorio boschivo e naturale della regione risulta ricadere in aree non protette, che vanno egualmente tutelate.

L’elettrificazione delle banchine portuali

Riconquistare l’Italia è favorevole ai progetti di elettrificazione delle banchine portuali di tutti i porti liguri, in quanto perfettamente in linea con il programma nazionale che prevede la progressiva elettrificazione del sistema energetico nazionale.

Lavoro

La centralità del lavoro è essenziale allo sviluppo. Il lavoro costituisce le fondamenta stessa dell’economia, infatti è dal tasso e dalla dimensione occupazionale che possiamo sapere se l’economia di uno Stato o di una parte del suo territorio gode di buona salute oppure no. Ribadire insieme all’Articolo 1 della Costituzione la centralità del lavoro significa anche dire che il protagonista dell’economia è il lavoratore. È un punto che oggi è necessario ribadire anche per chi come Riconqusitare l’Italia conosce bene i problemi e le sofferenze della micro, piccola e media impresa, poiché decenni di politiche volte a sostenere unicamente l’offerta hanno determinato un oblio generalizzato di riguardo alla questione sociale più importante di tutte: la ricchezza reale di una comunità è creata dal lavoro. È sin dall’inizio degli anni ’90 che attraverso una lunga serie di riforme del lavoro, cominciate con il cosiddetto “pacchetto Treu” e culminate poi con la riforma intitolata a Biagi, il lavoro ha subito una grave subordinazione alle esigenze del mercato e agli interessi della grande impresa, specie se multinazionale. Il lavoratore italiano i oggi è tornato ad essere l’ingranaggio intercambiabile e spersonalizzato di una macchina infernale, destinata a logorarlo senza scampo, come nella famosa immagine cinematografica che tutti conoscono. Il termine tecnico che indica questo fenomeno è precariato, ed è il maggior problema da risolvere, per la Liguria e per l’Italia tutta.

Cosa si può fare

Il Covid-19, oltre ad evidenziare i problemi economici già considerati, ha messo in luce anche gli effetti sistemici dei lunghi decenni di attuazione delle politiche di forte internazionalizzazione non solo del commercio (globalizzazione) ma anche e soprattutto della produzione (delocalizzazione). La perdita di capacità industriale, non più localizzata sul territorio nazionale, ha causato gravi problemi di approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuale (mascherine, camici, e guanti) la cui carenza è stata fatale per il personale medico ed infermieristico, nonché dei dispositivi medicali necessari a fare fronte al gran numero di persone finite in terapia intensiva come i ventilatori polmonari. La soluzione di riportare in Italia tutte le produzioni industriali strategiche e vincolarle normativamente è tanto ovvia quanto colpevolmente sottaciuta dai partiti politici oggi in Parlamento, poiché la sua attuazione comporterebbe un contrasto ortogonale con i Trattati UE e con l’ideologia neoliberale a cui tutti i partiti della seconda repubblica si sono conformati. Altrettanto ovvio ed altrettanto sottaciuto è l’altro effetto benefico derivante della reindustrializzazione del Paese: il sostegno vigoroso alle politiche di piena occupazione e l’iniezione possente di reddito per le famiglie, a sostegno della domanda interna, unica molla capace di determinare una reale e duratura crescita economica e il godimento di adeguati livelli di benessere diffuso.

Per quanto riguarda le misure più immediate, è impellente sollecitare il Governo affinché provveda alla proroga del blocco dei licenziamenti, appena scaduto il 31 agosto, per almeno due anni a partire da gennaio 2020, alla riduzione dell’IVA per andare incontro alla diffusa perdita di reddito e per incentivare i consumi, soprattutto quelli locali, e per quanto di competenza regionale provvedere alla riduzione delle aliquote regionali di IRAP ed IRPEF. Si tratta di misure possibili e già praticate in passato persino da governi liberali ed europeisti come quello di Ciampi, in occasione del salvataggio di Alitalia negli anni ’90.

Sul piano infrastrutturale sarebbe importante ampliare l’aeroporto Cristoforo Colombo di Genova, rendendolo intercontinentale come sarebbe appropriato vista la centralità logistica e geografica della città di Genova sia via terra sia via mare, nonché la centralità anche rispetto alle aree turistiche della regione. Ugualmente importante è il completamento del doppio binario ferroviario di Ponente fino a Ventimiglia, che migliorerebbe l’afflusso turistico alle località del savonese e dell’imperiese. La tutela del paesaggio e dei parchi naturali e la necessità di fare fronte ad un dissesto idrogeologico sempre più grave e diffuso impone infine la manutenzione del patrimonio forestale i tutta la regione. . Si impone quindi di porre freno all’incessante cementificazione del territorio, puntando invece al recupero e riqualificazione degli edifici dismessi (ad esempio Villa Contessa di Galliera a Genova Voltri) o, dove non sia possibile o conveniente il recupero, il loro abbattimento e la successiva costruzione di nuovi immobili sugli stessi siti, senza nuovo consumo di territorio.

Un ultimo fronte di sviluppo sostenibile consta nella reindustrializzazione verde della Liguria, in un’ottica di sviluppo più rispettosa dell’ambiente e della salute dei cittadini.

Protezione civile

Riconquistare l’Italia propone dieci punti, dieci proposte concrete per affrontare le problematiche riguardanti la Protezione Civile, problemi che nella nostra regione sono strettamente collegati al tema del dissesto idrogeologico:

1) Controllare capillarmente i corsi d’acqua a rischio tramite dispositivi di videosorveglianza da attivare in caso di allerta;

2) Predisporre un sistema di allarme in tempo reale mediante l’installazione di sirene in ogni quartiere e collegarlo ad una centrale automatica che dirami sms di allerta a tutti i cellulari attivi agganciati alle celle interessate dall’allerta e a quelle limitrofe; questo sistema permette di diramare allerte territoriali generalizzate ma localizzate.

3) Installare router pubblici ad ampio raggio da attivare in caso di emergenza, per garantire a tutta la popolazione la navigazione su internet e il corretto funzionamento di tutti i dispositivi che ne sfruttano le funzioni, fino al cessato allarme.

4) Prevedere l’organizzazione di esercitazioni periodiche nelle zone e nei quartieri cittadini a rischio, coinvolgendo quanto possibile la popolazione (mediante volontari).

5) Svolgere attività di informazione nelle scuole, a partire sin dalle classi inferiori, per illustrare delle regole di autoprotezione (mediante volontari).;

6) Realizzare una mappatura dei boschi a rischio, finalizzata ad attività di pulizia periodica sotto il controllo e il coordinamento dei carabinieri forestale (mediante volontari).

7) Realizzare un censimento dei boschi non utilizzati, finalizzato alla raccolta di biomassa verde.

8) Utilizzare i giovani del servizio civile, i lavoratori socialmente utili, la popolazione carceraria e i volontari per la pulizia dei corsi d’acqua.

9) Creare un sistema premiale per i volontari basato sul ricavato della vendita di biomasse, con possibilità di permuta con sconti o sgravi sulle tariffe delle ex municipalizzate (si pensi ad AMT).

10) Creare una banca dati dei volontari che hanno partecipato in passato alla pulizia nelle varie alluvioni, aperta a chiunque voglia iscriversi, per un pronto contatto che sia accessibile da parte degli enti pubblici in caso di emergenza, così da facilitare la formazione delle squadre di volontari; organizzare specifici corsi di formazione rivolti alle persone inserite in questa banca dati.

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